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Durata della Psicoterapia e pensiero sull’essere umano


In una recente intervista, lo scrittore francese Emmanuel Carrère, ha raccontato la sua esperienza con la malattia mentale, il cui trattamento è stato lungo e drammaticamente complesso.

In sintesi è stato seguito per 30 anni da tre psicoterapeuti diversi, poi è stato ricoverato e sottoposto a terapia elettroconvulsivante.

Più che andare a ricercare cause ipoteticamente correlate agli effetti di questo caso che ovviamente nessuno conosce nel dettaglio se non la persona che ha vissuto tanto dolore per gran parte della sua vita, l’intervista è solo uno spunto per tornare a riflettere sul significato e l’importanza della Psicoterapia come cura della persona e non come trattamento isolato o integrato per “conseguire particolari effetti” (dal Dizionario Treccani) come la stabilizzazione o il miglioramento del quadro clinico.

La differenza fondamentale su cui concentro l’attenzione non è rappresentata tanto dalla professionalità, legata a caratteristiche umane e di preparazione, che in ogni ambito lavorativo è diversa da persona a persona e che può passare dalla scarsa competenza fino a livelli opposti di eccellenza, ma nello specifico della Psicoterapia, voglio riferirmi al pensiero sull’uomo a monte del processo di cura.

In molti casi la persona è la sua diagnosi, la sua malattia e così l’essere umano si ritrova incorniciato e intrappolato in una rappresentazione statica e immodificabile, acquisita, assorbita dall’intero ambiente, familiare, personale, lavorativo e di presa in carico.

L’aumento progressivo negli ultimi decenni dei disturbi mentali è una realtà attribuita in gran parte alle conseguenze dell’ammalarsi della società ma dietro questo racconto socio-culturale si esprime un’immediata grande contraddizione: da un lato si rinforza il trattamento dei disturbi mentali dai più semplici ai quadri più complessi, seguendo una linea di pensiero che tende a considerare la malattia come ereditata dalla persona e quindi fondamentalmente irrisolvibile perché intrinseca, dall’altro però si sostiene un contributo rilevante dell’ambiente, in questo caso la società e i suoi cambiamenti.

La contraddizione si risolve di solito con l’attribuzione dell’oramai noto termine multifattoriale dei quadri di cui non si riesce ad avere chiarezza, che ritengo in sostanza una comoda e universale via d’uscita mentre credo che parte della responsabilità sia dovuta al fallimento del pensiero sull’essere umano che si ritrova malato e come tale rimane senza possibilità.

Questo non significa che non esistano situazioni in cui la Psicoterapia e/o l’integrazione farmacologica non riescono a essere efficaci, la persona è in quel momento difficilmente curabile: la storia di un essere umano è sempre articolata e complessa ma se la considerazione dello specifico caso non va oltre il disturbo o la malattia attribuiti, è chiaro che il paziente può rimanere potenzialmente incurabile per sempre.

La messa in discussione deve essere sulla relazione psicoterapeutica e sul pensiero proiettato sul paziente: prima del paziente c’è stato un bambino sano dalla nascita che ha sempre utilizzato i suoi strumenti ereditari (il Potenziale Umano; http://www.mbpsicoterapia.it/il-potenziale-umano-sintesi/ ) uguali per tutti per entrare e stare in relazione prima che l’esterno iniziasse a opporsi o a non riconoscere questa sua spontanea attività facendolo progressivamente difendere e nel tempo ammalare.

Non sta portando a nessuna evidenza clinica di miglioramento dei quadri l’approccio a un bambino pensato come organicamente deficitario dalla nascita, anzi parte dell’ammalarsi della società credo possa essere anche riferibile a decenni precedenti in cui l’esteso utilizzo del farmaco e gli approcci organici ai disturbi mentali hanno iniziato a sfiancare non solo il singolo ma progressivamente le intere comunità sulle possibilità dell’essere umano, negate dalla categorizzazione e dalla sola osservazione della fenomenologia.

Oltretutto esiste la relazione: non può essere sempre e solo l’altro a non funzionare, a non sapere stare, a non essere in grado di, anche noi abbiamo realmente il dovere di pensare alle nostre possibili responsabilità come psicoterapeuti.

Per questo preferisco riferirmi a mie esperienze collegate a quanto ho iniziato a raccontare con il pretesto dell’intervista a uno scrittore, per evitare la collusione con una storia di trattamenti prolungati che non conosco.

Una paziente ha iniziato un percorso con me dopo molti anni, più di otto, di un’altra Psicoterapia: purtroppo sono eventi che capita sempre più spesso di osservare, legati a Psicoterapie di lunga durata che ottengono dei risultati cui segue uno stallo finché il rapporto non termina generalmente per richiesta o abbandono del paziente che riferisce di non trovare più un senso al lavoro portato avanti.

La donna in questione, in un periodo in cui stava risolvendo e trasformando con me gli aspetti che erano rimasti sospesi ma anche non affrontati nel precedente lavoro, decide da sola, di incontrare la psicoterapeuta che l’aveva seguita in passato.

Le parole che mi sono state riferite raccontavano di un confronto in cui senza critiche o giudizi personali la paziente rimandava alla collega la semplice ma importantissima osservazione che, trascorsi alcuni anni, durante i quali il malessere rimaneva presente e i risultati raggiunti non andavano oltre, la psicoterapeuta avrebbe dovuto assumersi la responsabilità di comprendere e accettare che quel rapporto non portava più cambiamenti e fare un invio.

Ho trovato questa mossa molto coraggiosa e più utile di ogni mia eventuale riflessione, così descrittiva della necessità che abbiamo di metterci in continua discussione, sempre e ancor di più quando ci troviamo di fronte a situazioni di questo genere.

Non posso nemmeno in questo caso entrare nel merito di quella Psicoterapia non essendo io presente ma la realtà dei fatti diceva che la donna non stava bene e proveniva da un lungo percorso, intenso e faticoso che, usando le sue parole, le era costato fatica, denaro ma soprattutto anni importanti della sua vita in cui, a parte i cambiamenti del primo periodo, riconosciuti e evidenti, aveva proseguito la sua esistenza ad alti e bassi con malesseri pesanti sempre presenti in diverse situazioni.

L’importanza dell’esempio citato e la storia dello scrittore servono a riflettere sulla questione più volte ripetuta, del pensiero a monte sul paziente poiché possiamo essere sicuri che dietro queste relazioni psicoterapeutiche ci sono una diagnosi e di conseguenza un approccio al paziente fondato su una sostanziale irrisolvibilità della patologia di fondo e quindi un’alleanza psicoterapeutica basata sull’idea che si possa arrivare fino a un certo punto e non oltre: l’oltre diventa così, nel caso si presentasse, un lavoro di supporto, contenimento o psicoeducazione per la gestione del sintomo.

In questo modo la Psicoterapia diventa un processo interminabile o che in alternativa va a intermittenza: si interrompe quando il paziente sta bene e ha raggiunto alcuni obiettivi, può essere ripresa nel caso si presentassero ricadute.

Per questo credo che un pensiero così diffuso e comportamenti conseguenti non rischiano solo di far ammalare il singolo ma l’intera società nel senso di restituire un’immagine di essere umano fallito e fallimentare che non può pienamente uscire dal suo stato perché è predestinato dalla natura per motivi ipotizzabili e (invano) ricercabili nel suo patrimonio ereditario.

Il bambino che nasce da due genitori affetti da un qualsiasi disturbo mentale, lieve o grave che sia, spettro depressivo o psicotico, non nasce con un genoma alterato dalla condizione dei genitori ma nasce e cresce in un ambiente emotivamente sfavorevole.

Proprio perché la relazione è bidirezionale, il bambino da un lato ha tutte le risorse pronte e attive per crescere e viversi il suo “patrimonio relazionale” e dall’altro il genitore stesso, pur nelle sue grandi difficoltà, può essere in grado di restituire al figlio quella base di riconoscimento affettivo che magari non è pienamente sufficiente ma in qualche modo gli può permettere di crescere non rispecchiando in toto la patologia del/dei genitori.

Da un lato c’è la responsabilità che madre e padre si possono/devono assumere rispetto al malessere del figlio che è legata alla qualità relazionale e non alla genetica, dall’altro si restituisce dignità alla figura del genitore malato che prima di tutto è anch’egli un essere umano che può avere la possibilità di attivarsi diversamente con un figlio rispetto a come è riuscito in molti aspetti della vita a causa del suo quadro psicopatologico e che non per forza deve tramandare una malattia quasi fosse un lascito irrinunciabile.

Ritorno al punto di partenza per proporre una seria riflessione sulla durata della Psicoterapia e soprattutto dei cambiamenti in atto all’interno di questa: io stesso utilizzando anche il materiale che emerge dai sogni e proponendo il ritrovamento di una funzionalità (fisiologia) di base della persona, mi accorgo che in molti casi il processo di cura ha una sua durata che oggi da alcuni approcci sarebbe addirittura considerata eccessiva ma questo avviene sempre all’interno di un lavoro che contiene la consapevolezza condivisa con il paziente che le sedute proseguono perché c’è del materiale in elaborazione.

Sinonimo di elaborazione è la certezza, se ho intrapreso quel percorso con quella persona, che ci sono gli strumenti di entrambi, psicoterapeuta e paziente, per raggiungere il traguardo della guarigione intesa come libertà e separazione dalle dinamiche che hanno ostacolato lo sviluppo psicofisico della persona.

I dati che periodicamente confermano il procedere sono visibili nella relazione e nei sogni in un pensiero sul paziente/persona che non crede il processo come un percorso aperto, potenzialmente senza confini e limiti di tempo ma all’opposto chiuso e definito dalla consapevolezza dell’obiettivo della guarigione.

Allo stesso tempo, ma molto diverso nel suo significato per il trattamento, la Psicoterapia apre a ogni incontro all’ignoto, allo sconosciuto, al materiale inatteso della relazione stessa, non chiudendola in schemi ben precisi o protocolli preparati ad hoc: l’unico pensiero condiviso è che se abbiamo deciso di intraprendere questa strada insieme è perché è possibile un punto di arrivo chiaro e definito che è la risoluzione della psicopatologia.

Michele Battuello



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