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Sei mesi di post. Riflessioni sulla C-ultura P-sicoterapeutica (maiuscola che comanda, trattino che separa).


Psicoanalisi e normalità.

Recalcati in questo articolo sostiene che “…Nella prospettiva della psicoanalisi non esiste malattia mentale, né, tantomeno, un criterio per definire cosa sia una salute mentale da considerarsi normale. Se la psicopatologia classica, di derivazione psichiatrica, ha considerato la malattia mentale come una deviazione patologica dalla norma costituita dal cosiddetto “sano di mente”, quella della psicoanalisi ribalta questa valutazione…” Ho letto con attenzione la relazione di Paul B. Preciado pubblicata in “Sono un mostro che vi parla” dove il filosofo spagnolo davanti a 3500 psicoanalisti francesi ha rivendicato il suo corpo trans. Ho anche integrato la lettura con il saggio di fabrice bourlez Psicoanalisi queer. Diciamo che si incontrano punti di vista direi molto diversi… chissà… #muoviamoci #basta

 

Sull’aumento dell’incidenza dei Disturbi del Comportamento Alimentare.

Due riflessioni in merito: la prima è totale #condivisione e #diffusione dell’articolo per i numeri in aumento e la necessità di avere più spazi, disponibilità e assistenza da parte del Servizio Sanitario Nazionale, non è mai sufficiente quello che si deve fare per la #salute, compresa quella mentale. La seconda è rivolta a noi professionisti, formatori, ricercatori e ai tanti bei titoli onorifici e accademici. Senza dubbio lo Stato dovrebbe aiutare di più ma allo stesso tempo, per l’ennesima volta domando: oltre che dare la responsabilità all’esterno, tipico degli ultimi decenni, ci stiamo interrogando a sufficienza sulle nostre responsabilità? L’articolo dice che le persone malate di DCA sono all’incirca 3 milioni con crescite esponenziali di anno in anno. Dati analoghi si riscontrano per il Disturbo Depressivo, Bipolare, i Disturbi dello Sviluppo… Allo stesso tempo però aumentano i professionisti della salute nelle diverse figure (#psicologo, #psichiatra, #psicoterapeuta e altre), aumenta la diversificazione delle cure (farmaci, psicoterapie, approcci multidisciplinari), aumentano gli strumenti diagnostici, aumenta la conoscenza e la preparazione specialistica e laica ma…il malessere non accenna minimamente a diminuire anzi aumenta. Ci stiamo domandando se la #formazione per esempio è efficace? Se le migliaia di ricerche pubblicate settimanalmente su ogni tipo di rivista scientifica o meno, seguono standard, metodologie, protocolli veramente utili, cioè avvicinabili alla comprensione delle persone? Se le decine di convegni su ogni tipo di argomento, tipo sezione del capello, stiano portando a progressi nel curare le persone? Se ci stiamo muovendo nella #relazione e nella sua comprensione? Eppure andiamo avanti, sembra che non ci soffermiamo a guardare ma produciamo senza sosta: specialisti, protocolli, farmaci, nuovi orientamenti psicoterapeutici, innovazioni a tutto spiano… Vogliamo dare la responsabilità al Covid e al Sistema Sanitario? Ce l’hanno sicuramente ma la freccia dovrebbe essere con #umiltà e #preparazione anche verso di noi, a come pensiamo la #relazioneumana, a come prepariamo gli studenti, cosa cerchiamo nella ricerca e altro. Attraverso il #GSE #gruppostrategicoesperienziale, da anni porto una continua riflessione sulla persona-studente, la persona-professionista e quindi anche sulla persona-me in un percorso di continua messa in discussione all’interno del gruppo. La freccia sempre diretta all’analisi del paziente, delle sue caratteristiche, delle diverse modalità di intervento, forse non è così efficace se non contempla anche una freccia rivolta verso sé stessi. La rottura del #binarismo gerarchico culturale disseminato ovunque è professata nelle stanze del setting e praticata appena si esce dalla stanza da molti di noi. La #supervisione inoltre è sottoposta a filtri e sovrastrutture implicite troppo condizionanti per una risposta genuina. Dobbiamo svegliarci. #insieme.
#terapiastrategica #muoviamoci #ricerca #gruppo

 

 

Sull’eredità di Basaglia.

Su #Lalettura di oggi, in occasione del centenario dalla nascita di Franco Basaglia, è intervistato uno psichiatra del Spdc di Codogno, Dr. Giancarlo Cerveri, che racconta qualcosa di umanamente psichiatrico. “Incertezza, solitudine, emarginazione. Sono i malesseri di cui soffre la nostra società e che oggi possono esporre i più fragili a patologie psichiatriche…Un tema rilevante è l’#incertezza rispetto agli equilibri che il nostro paese ha raggiunto…il rischio è di perdere il nostro presente e le opportunità per il futuro…L’aspetto più difficile è convincere il paziente che lui sta a pieno titolo, con tutti i diritti e come tutti all’interno della società…dopo Basaglia a noi psichiatri è mancata la #narrazione, non riusciamo a raccontare cosa sta succedendo…”
Mi domando perché sia difficile, al contrario per tanta #psichiatria, #psicologia e #psicoterapia stare su questi temi come causa della sofferenza: il sociale e l’individuo, la solitudine, l’incertezza, il paese come spazio del collettivo, soprattutto la narrazione e l’integrazione dei professionisti. Come possiamo, invece, dall’altro lato, agganciarci, ed elenco solo le ultime, a posizioni così lontane dall’essere umano? La demoralizzazione come disturbo certificato; la sindrome da distacco cognitivo (causata da fumo in gravidanza e altro); in cantiere 60 composti farmaceutici per i diversi tipi di depressione, le nuove cause della depressione potrebbero essere infiammatorie, i disturbi del comportamento alimentare sono ereditati geneticamente, l’ADHD è dovuta alla neurodivergenza, la nuova psichiatria di precisione che fa diagnosi dai livelli di zuccheri nel sangue e altri esami ematochimici, la pillola ad azione rapida per la depressione post partum…
Non è anche questo pensiero che fa crescere la solitudine e l’isolamento? Questa affannosa ricerca con le chiacchiere dell’#integrazione ma che non è mai incontro e contaminazione di #esperienza, di racconto e ricerca sulla #relazione e di #formazione più umanizzante, annichilisce. Sono soli i pazienti anche perché sono più soli i professionisti anche se accomunati da un’idea di #ricerca che sembra essere collettiva ma è #individualista perché si deresponsabilizza sull’importanza della relazione. Il #GSE si propone prima di tutto un movimento umano e sociale e poi formativo e psicoterapeutico. Un’#accoglienza, per usare il pensiero #fertile di Liana Borghi, a disposizione di tutti e tutte, attraverso la #scrittura, la #traduzione, l’invenzione di sedi e luoghi di scambio, senza risparmiarsi e senza per forza capitalizzare. La #terapiastrategica esperienziale di gruppo è lo spazio per tutti e tutte.
#gruppo #psicoterapiadigruppo #piùumani #muoviamoci

 

Sulla “demoralizzazione” come disturbo certificato.

Io continuo a domandarmi a cosa serva tutto questo? Definita un “disturbo specifico dell’umore, caratterizzato dalla consapevolezza di aver disatteso le proprie aspettative…di non essere in grado di far fronte…di non disporre di un adeguato supporto da parte degli altri…” Importante la diagnosi differenziale con la depressione. Chiaramente le cause multifattoriali tra le più strane o forse tra le più ovvie oramai è difficile distinguere: “Può essere alimentata dalle iniziative di marketing di nuove terapie, certe volte per errate comunicazioni da parte del medico di alcune malattie (organiche), altre volte da uno zaino di responsabilità pesante…” Trattamento? Diversi tipi, tra cui “anche” la psicoterapia può essere di aiuto, come la combinazione di cognitivo-comportamentale e well-being therapy.
Non saprei che dire, possibile che settimanalmente dobbiamo leggere queste nuove diagnosi? malattie? disturbi? non si sa con quale obiettivo. A me viene in mente che deve essere sempre più sostenuto l’essere umano fragile? debole? Forse ci rende più soli (e allora sì che siamo fragili) rimanere appesi a queste comunicazioni proposte da un certo tipo di C-ultura che poco hanno di relazionale quanto di oggettuale, l’oggetto disturbo. Questo forse demoralizza la nostra vitalità, la nostra capacità di reagire, più che il “disturbo di demoralizzazione”.

 

Sulla sindrome da distacco cognitivo.

Veramente c’è da mobilitarsi più che riflettere oramai: questo continuo tirar fuori nomi e (apparenti) diagnosi su reazioni fisiologiche della persona alle proposte non-fisiologiche (potremmo anche dire patologiche) della società e della cultura contemporanee è pervasivo e grave. Allora i sintomi di questa sindrome sono: distacco dell’attenzione, con conseguente sforzo cognitivo per mantenere la capacità di processare la realtà, la persona è estraniata, poco mobile, tende a fantasticare, è confusa etc. Ovviamente si riscontra maggiormente nei bambini e adolescenti spesso associata ad ADHD. Leggiamo le ipotetiche cause perché ovviamente il nome lo sanno dare ma la causa no: partiamo dagli oramai leggendari fattori genetici ma soprattutto le cause ambientali. Mi aspettavo di trovare il contesto socio-culturale e familiare di appartenenza e invece no sentite qua: abuso di alcol e fumo nella madre in gravidanza, importanti traumi cranici del bambino o sua carenza di ferro. NON una riga sul fatto che, per esempio, i bambini-ragazzi di oggi devono, oltre che andare a scuola, approfondire le lingue, la musica, lo sport, svolgono almeno 2-3 attività extra alla settimana, già dalla terza classe superiore devono sapere, capire che cosa faranno da grandi e se qualcosa di tutto ciò non funziona un mondo intero si preoccupa. Mio figlio non riesce, mio figlio non è in grado, gli altri riescono, è sensibile, è fragile… Queste per i grandi scienziati della sindrome da distacco cognitivo non sono cause primarie del malessere ma lo sono il fumo di sigaretta della madre. Un bambino invece non esplode se è sottoposto a tutta questa enorme richiesta performativa vero? E se in qualche modo reagisce, spesso con il malessere, è malato. Fantastico! E per l’ennesima volta, continuando a trattare così la persona e l’essere umano, non ci rendiamo conto che stanno aumentando a dismisura i malesseri dei ragazzi e degli adulti di poi? Vogliamo attribuire tutto al Covid e a cause improbabili come l’alcol e la carenza di ferro o vogliamo responsabilizzarci come adulti, come società, come professionisti e cercare nelle relazioni piuttosto che su Urano le dinamiche che ci portano a stare male? Leggendo ogni settimana articoli del genere credo si stia superando il limite, si deve anche agire: il mio modo è all’interno dei gruppi di psicoterapia e di formazione con messaggi anti-tutta questa roba qua. Contrastare questo annichilimento e soprattutto svegliarci dal torpore.

 

Sul Complesso di Edipo.

Il Professor C. Wakefiekd sostiene, e io ne condivido il pensiero, che “la teoria attribuisce una natura sessuale al legame genitore/figlio anche se solo come fantasia e non come attività sessuale reale e in tal modo non riesce a cogliere quel particolare attaccamento di natura non sessuale che esiste tra genitore e figlio…l’interpretazione può avere effetti nocivi, la terapia non avanza e la stessa vita affettiva familiare viene danneggiata…per il timore di diventare sessualmente stimolanti verso il bambino, le madri possono diventare caute nell’accudirlo fisicamente…”. Interessante confrontare questo pensiero anche con lo scritto di fabrice bourlez Queer Psicoanalisi dove si propone un’integrazione della visione storica psicoanalitica con le realtà relazionali contemporanee.
La riflessione che aggiungo è che comunque a livello divulgativo generale si ripete sempre un dualismo tipico di una cultura che propone come due possibilità “macro” da una parte la psicoanalisi, unica, quasi, portatrice di verità sull’inconscio e dall’altra la psicoterapia cognitivo-comportamentale, unica, quasi portatrice della verità opposta cioè basata sul qui ed ora, punto. Giusto-sbagliato vero-falso buono-cattivo conscio-inconscio. Altre vie transculturali sostanzialmente non pervenute.

 

Sulla Medicina Narrativa.

Grazie dell’interessante riferimento. Sostengo da anni la #ricerca in #psicoterapia come #narrazione e non solo in psicoterapia ma in tante discipline che sono a contatto con le persone, soprattutto con coloro che soffrono. Molto più dei numeri e delle statistiche, percentuali e curve, importanti per fondamentali evidenze scientifiche per la cura organica, è necessario anche ascoltare in maniera attiva, profonda, direi intuitiva, e raccontare e ri-raccontare le storie. E’un percorso che tra l’altro come #gruppoesperienziale porto avanti all’interno CdL in Infermieristica di Roma perché i futuri professionisti della salute hanno necessità prima di tutto di raccontare le loro storie che nel percorso di gruppo possono elaborare per trasformare gli eventuali nodi irrisolti della loro capacità relazionale per l’ottimizzazione delle cure al paziente.

 

Sulla psichiatria di precisione.

Anche in Spagna si racconta (#elpais di oggi) di una #psichiatria di precisione per cui, in questo caso, la ricerca degli indicatori di trastorno depresivo major (così si chiama in spagnolo il disturbo depressivo maggiore) avviene tramite analisi delle vescicole extracellulari. Si fa un esame del sangue per capire per esempio l’eccesso di glucosio, gli indici di infiammazione, la funzione dei mitocondri… in 4 colonne del primo quotidiano spagnolo si parla solo di trattamento personalizzato farmacologico per il paziente in base ai suoi dati ematochimici. Zero accenni alla #relazione e infatti provocatoriamente l’immagine del paziente sul lettino è un’immagine di repertorio proprio a inevitabilmente indicare che quello è il passato. Anche no, per una migliore #psicoterapia e #psichiatria, la personalizzazione delle cure è la cura personalizzata del rapporto. Forse anche in questo è il caso di fare #rumore.

 

Sull’antropologia.

L’antropologo Stefano Allovio ha studiato le forme del mutuo aiuto tra gli emigrati congolesi, indugiando nei repertori della #socialità, scoprendo anche muziki, associazioni dì empowerment femminile. Mi domando sempre di più in merito a questo, cosa stia cercando la C-ultura P-sicoterapeutica nel “cervello” umano inondando la #ricerca di neuroscience che indagano #attaccamento #comportamento #affetti. Con quali effetti veri sul piano clinico relazionale? Ricordo ogni volta, tanto per citare i soliti dati, che la #depressione è in aumento in tutto il mondo. E se partiamo dalla storia dell’#antropologia Lévi-Strauss sosteneva la teoria dell’#alleanza: le società tessono i fili delle alleanze che danno spessore di stoffa al tessuto sociale. Allovio invita a indugiare nell’#etnografia di tutte le società umane poiché ci sono tanti modi culturali di vedere l’essere umano e forme di socialità e #creatività in #cambiamento sono ovunque. Serve alla #psicoterapia mettere in un angolo tutto questo e farsi dominare dalla #scienza di matrice organicista? Eppure leggendo secchi di articoli, libri, riviste è quasi tutto #neuro, condito dall’altro termine #multifattoriale che annega tutto in un brodo indigesto. È più utile capire che neuroni hanno le società del Congo o che forme sociali e relazionali possono suggerirci la loro come altre culture? Ma, dimenticavo, che sciocco, loro sono il Congo, mica società evolute come la nostra.

 

Sui nuovi farmaci antidepressivi.

Si può cominciare a dire #basta.
Il presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia parlando degli SSRI che, sottolinea, sono iniziati a essere usati nel 1972, sostiene in questa intervista: “L’importanza di questi farmaci per trattare la depressione – una malattia che oggi interessa quasi 300 milioni di persone in tutto il mondo, con un costo per la società di oltre 200 miliardi di dollari all’anno – è stato ridimensionato significativamente.” E propone nuovi farmaci tra cui ketamina, la psilocibina e soprattutto prosegue così: “Nuovi farmaci e nuove idee stanno ora trasformando un campo rimasto a lungo stagnante, aprendo la strada a una pratica più precisa e individualizzata del trattamento della depressione… E il potenziale di questi e dei composti a essi correlati di generare un sollievo duraturo e un’azione rapida ha attratto una nuova generazione di investitori, startup biotecnologiche e case farmaceutiche. Ad oggi sono in cantiere più di 60 composti che rappresentano nuovi approcci terapeutici. Mentre una volta la depressione veniva considerata come una singola malattia, le nuove scoperte farmacologiche stanno spingendo il campo a rivalutare la diagnosi stessa, con la consapevolezza che diversi sottotipi di depressione rispondono a diversi approcci terapeutici”. Nuovi farmaci, ricordo che sono in circolo anche teorie sull’infiammazione come causa della depressione con correlati nuovi protocolli di trattamento. Non esiste più o quasi riferimento relazionale, affettivo alla base della sofferenza, insomma non dobbiamo perdere tempo con i nostri pazienti a capire che cosa succede o che cosa è successo, l’unica cosa che dobbiamo fargli capire, secondo Loro, è l’importanza della compliance al farmaco, la chimica della follia, il manicomio chimico come scrive Piero Cipriano. Sembra un mercato senza fine, non solo #muoviamoci ma è anche ora di dire #basta per una nuova dignità della persona.

 

Sulla Neurodivergenza dell’ADHD.

Oggi su 7 del Corriere della Sera: ancora con questa storia di combinazione di fattori genetici e ambientali come cause eziologiche… è usato anche da uno scrittore che soffre e soffriva di ADHD il termine di neurodivergente, una neurodiversità. Posso dire chepppalleee? Ma possibile che in pagine e pagine divulgative lette da centinaia di migliaia di persone non si legga che questa storia generica della multifattorialità? Nessuno che scriva, parlo soprattutto dei professionisti intervistati, che spesso ci sono delle pressioni emotive familiari, delle iper richieste di performance, delle condizioni relazionali difficili e soffocanti per molti bambini che poi reagiscono alle ulteriori richieste scolastiche di concentrazione e attenzione, raggiungendo un surplus che non riescono a gestire comunicando con dei sintomi la loro difficoltà. Altro che neurodivergenti. Insomma va bene la ricerca scientifica ma qui è tutto un procedere di neurologia, neuroimmagini, neuro-tutto che veramente annulla la realtà umana dell’altro soprattutto del bambino con queste infinite diagnosi e percentuali, come leggete sotto. Tutti dati in aumento come purtroppo vale anche per altre problematiche della sfera affettivo-relazionale e stiamo sempre ad attribuire la ipotetica causa a fattori di tutti i tipi trascurando gravemente gli aspetti relazionali.

 

Su una nuova idea di Ricerca.

Le cose si muovono nella #ricerca. Interessantissima la nascita di questa rivista internazionale, Patient-Generated Hypotheses Journal, i cui articoli sono pubblicazioni scientifiche riconosciute. Si considera il paziente esperto della propria malattia e si tiene conto delle sue ipotesi in merito. Il primo numero è tutto dedicato al Covid e soprattutto al long Covid, e ascolta finalmente le voci di chi lo sta attraversando come sintetizzato negli scopi della rivista: Historically, biomedical research has prioritized hypotheses developed by researchers without lived experience of the conditions they study. People with lived experience who have hypotheses about the mechanisms of their conditions did not have a platform to share their hypotheses, except for within patient communities.
Quest’ultima frase è la chiave: le persone che con la loro esperienza (sulla pelle, mia aggiunta) hanno ipotesi sui meccanismi delle loro problematiche, non hanno piattaforme su cui condividere queste stesse ipotesi, eccetto per quelle di comunità rivolte solo ai pazienti.
Sarà importante allargare l’esplorazione alla psichiatria e alla psicoterapia, per sentire e di conseguenza fare ricerca sulle concordanze o discrepanze tra quello che pensano i pazienti stessi della loro problematica e quanto gli è stato riformulato e diagnosticato dai professionisti. Finalmente i pazienti potrebbero uscire dal setting e raccontarsi e non essere sempre e solo raccontati come caso clinico, caso di supervisione, considerati all’interno di una cornice diagnostica e molto altro. In questo modo, la freccia bidirezionale, che tanto sollecito da anni tramite diversi gruppi di formazione nelle professioni sanitarie, potrà anche andare verso il professionista per capire che cosa succede dall’altra parte e #formazione sarà cura e attenzione verso la persona/futuro professionista grazie anche alla ricerca fatta DAI pazienti, l’altro polo della relazione psicoterapeutica. Il #gruppostrategicoesperienziale utilizza proprio la risorsa del #gruppo per questo lavoro volto a modificare la cecità di parte di una C-ultura (P-sicoterapeutica, S-ociale, U-mana…) che ha l’effetto (-) di separare e scindere la relazione persona/psicoterapeuta-persona/paziente usando la maiuscola di una (presunta) conoscenza ascoltando poco la sapienza dell’altro che è espressa dalla miglior forma di sapere che abbiamo: il #corpo, poco sentito, visto e intuito.
Bellissima quindi la rivista Patient-Generated Hypotheses Journal.

 

Sui meccanismi anti infiammatori del cervello come causa di depressione.

Siamo stati per decenni dietro alla storia della #serotonina, letteralmente miliardi di persone abboffate (termine dialettale e non scientifico) di farmaci SSRI perché era la serotonina e poi la dopamina e poi… e poi la depressione continua ad aumentare nonostante le secchiate di antidepressivi e si studia meglio anche la terapia elettroconvulsivante, un elettroshock più soft per i pazienti resistenti ai farmaci (che sono quelli che non si arrendono alla organicità della depressione). Già da mesi e anni sapevamo che erano in arrivo le teorie dell’infiammazione prima intestinali e poi cerebrali. Si parla di associazione infiammazione-malattie neuropsichiatriche quindi ansia e depressione entrano in una nuova categorizzazione. E così difficile stare nella #relazione e rendersi conto che è quella che fa ammalare e quella che cura? Vogliamo vedere che si scoprirà come per la serotonina che l’infiammazione non è causa primaria e soprattutto possiamo pensarlo e capirlo prima di riempire le persone con gli antinfiammatori? O anzi, se è proprio il meccanismo antinfiammatorio alla base della depressione per risolvere la depressione cosa dovremo fare? Accentuare l’infiammazione così da non generare la depressione? Nascerà invece una vera etica della relazione e un diverso modo di concepire e fare ricerca in campo psicologico e psicoterapeutico?

 

Su depressione e tristezza.

Diciamo che la #depressione o la #tristezza vengono leggendo 3 intere pagine di inserto domenicale su un tema invece così importante. Partiamo dai criteri di riferimento ancora Icd-11 o l’infinito DSM-5 citati come le due uniche bibbie. Sì dell’OMS e dell’APA. Ma il prof. Wakefeld conferma che è tutto opinabile infatti scrive “quindi, IN TEORIA, se si hanno almeno 5 di questi sintomi…allora è probabile che si soffra di un vero e proprio #disturbodepressivo”. Ancora con queste quantizzazioni: ma nessuno risponde dicendo che da anni abbiamo il DSM, da decenni gli psicofarmaci, la psicoterapia idem, sempre più psichiatre e psicoterapeuti e la #depressione è diventata la prima malattia del mondo occidentale? Non ci domandiamo che se pensiamo la #persona e quindi anche noi stessi come oggetti quantizzabili come batterie di polli non stiamo più realmente risolvendo la sofferenza del prossimo? Ancora con questa parola stra usata della #resilienza insopportabile quanto #empatia tesa a sottolineare le risorse per affrontare le difficoltà. Chi parla della resilienza delle persone che nonostante tutto quello che un certo tipo di mondo gli butta addosso – ereditarietà della malattia, farmacoterapia ai primi sintomi, diagnosi quantitativa e tanto altro – cercano ancora #speranza e #risposte? Chi si sente invece di considerare allora altrettanto patologico un modo di pensare le cure? Tre pagine per dire, conclude l’esperto – sostantivo dato dal giornalista al prof – che anche uno stato di tristezza NON patologica potrebbe giovarsi di un trattamento farmacologico…vanno tenuti presenti i rischi di eccessiva medicalizzazione…”. Ci rendiamo conto? Il #gruppostrategico va in altre direzioni ma spero vivamente non solo il gruppo strategico e sono convinto che tanti altri e altre rifiutano questa visione e trattamento della persona. #illunedìdelgruppo prosegue domani i suoi incontri per una psicoterapia ma soprattutto per una visione della #società diversa. Come al solito al centro degli incontri ci sarà l’#esperienza nello specifico avremo ospiti due colleghe che ci racconteranno della co-conduzione di gruppo in contesti difficili. #muoviamoci.

Michele Battuello