Articoli

Diversi significati dell’utilizzo del corpo in Psicoterapia


Il rapporto con il cibo è una questione affrontata diffusamente in Psicoterapia.

Il mondo contemporaneo promuove un super interessamento al corpo e alla sua forma come sostanziale indice e pertanto obiettivo di benessere.

L’alimentazione, soprattutto, e anche tutto lo spazio dedicato alla forma fisica sono spesso inquadrati considerando il corpo come cosa altra dalla persona.

Il non riuscire a mantenere la cura del contenitore, quando si osserva con più attenzione l’individuo e non solo il suo corpo, è associato a tipologie di personalità generalmente considerate depresse.

Gli aspetti di scarsa autostima, tristezza e successiva consolazione sono ricondotti a bisogni affettivi irrisolti che la Psicoterapia cerca di affrontare e risolvere.

Uscire dalla depressione, così sintetizzata, si associa a riprendere una cura di sé che parte dall’alimentazione e prosegue con l’attività fisica sostenendo il modello del mens sana in corpore sano.

La società però ci dimostra che quest’approccio è efficace fino a un certo punto poiché si osservano con maggiore diffusione due poli opposti: l’aumento delle persone che fanno dell’alimentazione un problema non riuscendo a controllarla e una quota ampia che dedica estrema attenzione al corpo con molto tempo speso per l’attività sportiva con associate regole alimentari disciplinate se non ferree, motivate sempre dal raggiungimento del benessere psicofisico.

L’aumento esponenziale di entrambi i versanti è confermato da una proporzione crescente di pazienti in Psicoterapia che li manifestano, le alterazioni delle condotte alimentari, da una parte, prevalgono semplicemente perché il secondo gruppo, i super performanti, è confortato dall’elevata performance e usata come salva dolore.

La Cultura che propone un approccio alla realtà umana sempre più individualistico, forza le persone a un processo di autocura del proprio aspetto esteriore con un pensiero cognitivo semplificato e riduttivo per cui questo permetterebbe di ritrovare un rapporto appagante con il proprio stato interno http://www.mbpsicoterapia.it/ancora-su-autonomia-indipendenza-un-nuovo-monoteismo/.

La rappresentazione di una sanità “fuori” aiuterebbe il “dentro”, sempre con un’idea autopoietica della persona che, perdendo la visione unitaria dentro fuori, ritrova la storica scissione tra anima e corpo, semplicemente con vesti più moderne.

La Psicoterapia in generale, capovolge il punto di vista, contrastando il diffuso avanzamento dell’individualismo per riportare l’identità della persona, che comprende anche il corpo, direttamente correlata alla relazione con il mondo circostante, sia che affronti le esperienze precoci, genitoriali, che quelle attuali.

Tra le numerosi correnti della Cultura Psicoterapeutica http://www.mbpsicoterapia.it/la-cultura-psicoterapeutica-che-guarda-con-un-occhio-solo/ , solo alcune, sostengono, a mio avviso drammaticamente, la centralità dell’individuo, lavorando sul miglioramento auto realizzantesi, da trovare con espedienti cognitivi e pratici per sentirsi e viversi meglio, per creare il giusto leader, l’uomo, o la donna, che aggredisca la vita unicamente con un’elevata rappresentazione di sé.

La maggior parte invece degli approcci che si focalizzano sull’importanza della relazione, pensa l’utilizzo del corpo come espressione dei vissuti della persona, collegati al rapporto con il mondo esterno.

Uno degli aspetti più comuni riconducibili al corpo e all’immagine di sé che è esplorato in Psicoterapia, è la necessità di mangiare come riempimento e risposta consolatoria a bisogni affettivi irrisolti nella storia relazionale precoce del paziente con i genitori.

Il bambino di allora, non trovando l’intuizione e il riconoscimento da parte dell’adulto della sua realtà umana e soffrendo di conseguenza una risposta affettiva inadeguata, per proseguire la sua crescita psico-fisica, ha dovuto trovare lo stratagemma dell’identificazione per sopperire, parzialmente, alla carenza espressiva del proprio Potenziale Umano http://www.mbpsicoterapia.it/il-potenziale-umano-sintesi/.

L’impossibilità di pensare il genitore come deludente, in periodi precoci dello sviluppo, determina l’idealizzazione e la successiva identificazione con l’adulto, che diventa un oggetto introiettato e da cui il bambino non si può separare per evitare la paura di perdita associata alla separazione stessa.

Si strutturano strategie relazionali, conseguenti a meccanismi di difesa, per affrontare non solo il distacco dai rapporti significativi ma più in generale per ogni passaggio maturativo che implica sempre la capacità di separarsi, sia per l’adulto che per il bambino http://www.mbpsicoterapia.it/consapevolezza-del-superamento-dellidentificazione-nei-sogni-in-psicoterapia/.

Il rapporto, tramite l’identificazione, è l’oggetto da mantenere, perché fonte di amore e soddisfacimento, a discapito di un’identità vissuta come non in grado di, non all’altezza di, non amabile.

L’assenza concreta dell’oggetto gratificante, il rapporto, è spesso sostituita da dinamiche autoconsolatorie come l’utilizzo del cibo.

È chiaro che, sempre in Psicoterapia, andando a risolvere, le dinamiche relazionali irrisolte, sostituendo l’identificazione con il rapporto sano che intuisce e riconosce l’altro, si interrompono anche le catene comportamentali consolatorie tra cui l’abuso di cibo come risposta alla mancanza dell’oggetto relazionale gratificante.

In alcuni casi però, come descrivo oramai da tempo, sono presenti dei nuclei profondi legati ad angoscia e senso di vuoto, che fanno capo a dinamiche antecedenti l’identificazione e che risalgono ai primi mesi di vita.

Se il processo psicoterapeutico migliora la qualità relazionale del paziente con il mondo esterno ma non coglie il primitivo vuoto percepito come aspetto costituzionale di sé per la precocità dell’assenza affettiva del genitore, periodo in cui il bambino ancora non poteva percepire l’altro come distinto da sé, può rimanere irrisolto anche il rapporto con l’immagine corporea e con il cibo http://www.mbpsicoterapia.it/sintesi-dellorigine-del-senso-di-vuoto/.

I pazienti raccontano spesso che non riescono a seguire delle diete o le interrompono precocemente, come esempio concreto riportato in seduta, e perdura in questi casi un senso di fallimento, di inadeguatezza e incapacità ma anche, con espressioni sottili e sfumate, la non voglia di interrompere la dinamica di riempimento legata al rapporto con il cibo.

Questo perché il corpo è stato inconsciamente utilizzato in maniera differente rispetto alla funzione consolatoria strettamente correlata alle dinamiche di identificazione di cui parlavo prima.

Se il bambino ha fatto esperienza invece di vissuti di perdita, morte, sparizione, nel periodo in cui ciò che affettivamente non arrivava dal mondo esterno era percepito come non rapporto con sé stesso, per sviluppo incompleto del sistema nervoso, in molti casi, il corpo ha assunto il significato di contatto concreto, fisico e unico con sé e la sensazione di riempimento legata al cibo era ben oltre la soddisfazione, era la strategia per evitare la morte e la disintegrazione.

Il cibo dà sostanza all’immateriale, rende solido, pesante, aderente al suolo, il corpo percepito invece come evanescente e a rischio di sparizione.

Quando lo sviluppo permette la distinzione tra sé e l’altro, il bambino incontra l’adulto e ci si attacca anche come salvezza dalla sensazione che ha acquisito di un sé a rischio di morte, si identifica e cerca ancora di più la risposta vitale attivando vere e proprie dinamiche fusionali, ben più che identificatorie, perché crede di trovare, possedendo il rapporto, la salvezza alla perdita improvvisa http://www.mbpsicoterapia.it/sintesi-dellorigine-del-senso-di-vuoto/ .

Se la Psicoterapia, intuisce e interpreta il rapporto con l’immagine corporea e con il cibo solo come risoluzione consolatoria alla mancanza dell’altro o di autogratificazione, da una parte vede parzialmente la realtà umana del paziente e dall’altra, sostiene inconsciamente o anche in maniera diretta, il permanere del rapporto con il cibo del paziente, ad esempio, come una negazione di identità o come forte resistenza.

Rimane così irrisolto il contatto, molto protetto, con i nuclei profondi angoscianti, e in questi casi, ritengo che il continuare a mantenere un corpo pesante sia, comunque un’azione coerente del paziente rispetto all’angoscia ancora potenzialmente emergente, perché finalizzata alla sopravvivenza psichica.

Mi è capitato di incontrare nuovi pazienti che avevano affrontato le carenze affettive, le dinamiche consolatorie e il bisogno legato al cibo, in precedenti percorsi, ma continuavano a non lasciare il sovrappeso del proprio corpo e dei rituali alimentari di riempimento.

Quando ho intuito che prima del bisogno dell’altro, erano presenti esperienze di assenza di rapporto che avevano innescato l’angoscia di morte, ho sempre riconosciuto l’importanza del continuare a mangiare del paziente, restituendola nella sua forma primitiva e fondamentale e cioè quella di dare peso, forma e materia a un’identità vissuta come inesistente o molto leggera e volatile.

Inconsciamente, la restituzione interpretativa, spesso collegata a sogni e/o a sensazioni che arrivavano dall’alleanza psicoterapeutica, ha determinato sollievo e allentamento delle tensioni del paziente come risposta all’intuizione di parti protette e difese con estrema forza.

Come ho descritto altrove, l’emergere e il trasformare i nuclei precoci di angoscia ha una complessità clinica che dipende da storia a storia ma è fondamentale riconoscere e distinguere, tramite soprattutto l’utilizzo dei sogni, aspetti spesso ermeticamente celati, ma allo stesso tempo fondamentali per l’esistenza della persona e la sua guarigione in Psicoterapia http://www.mbpsicoterapia.it/il-vuoto-non-si-riempie-si-trasforma/ .

Quando sono indicati, dagli stessi psicoterapeuti, dei percorsi di cura integrati, come la consulenza del nutrizionista, il medico sportivo e l’attività fisica, fino alla medicina estetica, essi si devono fondare su una chiara consapevolezza del significato dell’utilizzo del corpo per il paziente.

Il non vedere da parte dello psicoterapeuta, la necessità di un corpo da riempire per non sparire, obbligherebbe il paziente a dover per forza rispondere a un altro imperativo di funzionamento e performance, sostenuto, come dicevo all’inizio, sempre più da una società che vede corpo e forma fisica come essenziali, e costringendosi a sua volta a difendere ulteriormente i nuclei di angoscia e di morte sottostanti.

 

Michele Battuello



Tutte le notizie