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Verso la fine della Psicoterapia: Fisiologia dell’essere umano e Ricerca sulla realtà umana


L’avvicinarsi della conclusione della Psicoterapia consegna al paziente la sua guarigione, obiettivo primario del processo, e allo psicoterapeuta la fisiologia umana, il racconto dell’esistenza certa del bambino sano alla nascita, e la riscoperta di tale fisiologia.

Sono uguali rappresentazioni del risultato di un percorso insieme, la relazione psicoterapeutica, che è testimoniata dal paziente che torna nel suo essere nel mondo come persona senza il fardello della patologia e dello psicoterapeuta che conferma il significato della relazione come fondamento della realtà umana e la racconta.

Questo, a mia esperienza, definisce la Ricerca in Psicoterapia: i numeri sono dati dalle guarigioni, la metodologia dalla narrazione della realtà umana partendo dal suo funzionamento originario che si ritrova al termine del percorso per andare a ritroso nella descrizione e comprensione di quando e come la fisiologia è diventata patologia.

La validazione può essere data dall’evidenza di quante narrazioni analoghe ogni psicoterapia coglie su tale realtà umana, nel non condizionamento reciproco tra psicoterapeuti e/o modelli.

È il vero punto di incontro tra gli studi sull’Osservazione del rapporto genitore-figlio, le Neuroscienze e la Psicoterapia, tutte convergono sulla sanità di base e sulla rilevanza della relazione.

I risultati della Psicoterapia così descritti non rispondono alle richieste di un certo tipo di Ricerca, quella su numeri provenienti dallo standardizzare le tante variabili della relazione, che trova nessi causa-effetto dimostrabili e ripetibili.

La reale possibilità di Ricerca è il ritrovare, nelle narrazioni della Psicoterapia, i punti in comune che confermano e delineano univocamente la realtà umana dalla nascita, nel suo divenire, rispondendo e trovando risposta nella relazione, altre strade sembrano esperimenti cognitivi che rischiano l’intrusione della razionalità nell’irrazionale del rapporto interumano.

Irrazionale non è sinonimo di astratto ma è la nostra caratteristica, specie specifica di essere esseri umani, di processare il rapporto affettivo con la realtà attraverso immagini che danno vita a un pensiero.

Il pensiero razionale pertanto è solo una delle espressioni, tra le numerose, del nostro rapporto con il mondo, capacità che si sviluppa oltretutto nel tempo con la crescita e che inoltre, nella patologia è ampiamente utilizzato come strumento principale di relazione con il mondo a difesa e limitazione del contatto con le emozioni.

L’utilizzo di questa specificità come strumento di Ricerca, tramite le convalide teoriche e strumentali anche nell’ambito della Ricerca Qualitativa, limita le evidenze sul processo psicoterapeutico.

 

Di seguito espongo la narrazione, partendo da un sogno, del processo di guarigione.

Tramite una costruzione architettonica, una casa, un ufficio, un museo, un teatro, una chiesa è possibile immaginare la struttura di Sé e del proprio spazio interno, affollato o vuoto, suddiviso in molti ambienti o in poche stanze ma comunque una raffigurazione con dei confini, quando ci sono, e dei muri, solidi o anche instabili.

È un luogo che ha visto succedersi eventi che descrivono le emozioni e gli effetti psichici correlati a tali eventi e che pertanto è stato riorganizzato diversamente nel tempo.

Diventa, con il rapporto psicoterapeutico, uno spazio in cui è possibile scoprire dei tesori nascosti, le risorse che, negli anni, si erano trasformate in oggetti pericolosi o spiacevoli e la fantasia era mortificata, sostituita dall’identificazione, l’immagine statica e cristallizzata di sostegno per evitare il rischio che le mura cedessero.

La qualità affettiva che ricompare nello spazio dal suo nascondiglio o che improvvisamente si materializza nella stanza o che è consegnata alla porta non è pertanto una novità ma un’esperienza piacevole di sé storicamente negata che può finalmente respirare di nuovo.

Il qui e ora è il ritorno dell’amore originario per gli esseri umani, svincolato dal bisogno di difendersi e integrato con l’esperienza attuale, adulta.

Lo strumento prezioso è a questo punto la capacità, nel rapporto, di lasciar andare le consapevolezze attuali, prendere quella vecchia macchina fotografica così verace nel suo catturare le immagini, perché priva dei ritrovati moderni, che rischiano di sostituirsi troppo all’occhio del fotografo, e scattare sul momento, a intuito, senza la necessità di pensare.

La scena catturata è un ambiente con una sua profondità, la prospettiva, che altro non è se non il tempo: in primo piano il periodo più recente, il rapporto con lo psicoterapeuta che si collega a una figura vaga sullo sfondo, il passato, il bambino ritrovato, la madre affettuosa, il padre amato.

Le due immagini, i due tempi, ora e allora, si raccordano grazie al ritrovato senso di appartenenza, un albero che affonda le sue radici tra passato e presente: i vissuti e le esperienze affettive trovano la possibilità di tornare alla vita e non sepolte, ristrutturando il tempo interno, il senso di identità.

Uno scenario di questo genere appare statico, rischia di rappresentare l’immobilità dell’immagine seppur valida: odora di identificazione.

La realtà umana invece è in movimento, si cristallizza solo quando sopravviene un impedimento al procedere dello sviluppo del bambino, raramente è un trauma, la maggior parte delle volte è uno scarso ascolto del genitore, un mancato riconoscimento che obbliga a fissare quella figura e a portarsela dentro per garantire che l’affetto non scappi, non deluda.

La fotografia che abbiamo di fronte non è così, perché lateralmente è entrata all’improvviso una persona inaspettata, proprio mentre il fotografo stava per scattare, il risultato è di una sagoma sfocata perché si è intrufolata all’ultimo momento.

Il ponte tra presente e passato, il tempo interno, il senso acquisito di identità è allora una certezza che permette la libertà di percepire Sé come vagamente indefinito perché sempre in divenire tra il focalizzare un’immagine e trasformarla rapidamente in una nuova.

Questa vitalità non provoca angoscia o senso di dispersione ma una sana inquietudine della ricerca, del lasciare il conosciuto ogni volta per lo sconosciuto per il desiderio della scoperta.

Allora ogni panorama diventa accessibile e così, girando per gli spazi della curiosità, inevitabilmente sopraggiunge l’incontro con l’altro, il mondo.

Per mezzo di quel senso acquisito di continuità di Sé, di presenza, il rapporto genera un’immagine delle emozioni che si stanno sperimentando nella relazione che è simile ma mai uguale a quella di appartenenza, il primo scenario fotografato, risuona un qualcosa di familiare e lo è e non lo è allo stesso tempo, si ritrovano dei contorni sfuocati analoghi ma non sovrapponibili.

I due si accompagnano senza identificarsi e a rappresentazione di questa certezza il nuovo sfondo che si crea è un’altra struttura architettonica, stavolta solo a incorniciare il rapporto interumano, non necessaria a sorreggere alcunché, un arco solido ma inutile, bello e basta.

La fantasia è di nuovo svincolata dal bisogno.

Allora può realizzarsi quella dinamica interumana che corrisponde spesso a uno dei vissuti più drammatici: la separazione.

Lo stare, nella sua potenza, contempla un non stare, ognuno prende e prosegue la propria strada e si ritrova nello spazio da cui siamo partiti, una casa, un ufficio… per riprendersi la macchina fotografica moderna, l’immagine svezzata, adulta, che era stata lasciata per utilizzare lo strumento più grezzo, l’istantanea.

La macchina non si trova più, ce ne sono molte a disposizione ma non quella, un guizzo di timore o dubbio si insinua, può essere rubata o persa.

Nulla è perso perché nel rapporto ci si lascia andare all’altro grazie a un senso stabile di appartenenza e in seguito ci si separa come atto d’amore per riconoscimento dell’identità dell’altro come persona distinta e separata, di conseguenza la maturazione di Sé, un accrescimento dell’identità, del modo di stare al mondo corrisponde a un’altra macchina fotografica e un’altra ancora al prossimo incontro.

Michele Battuello



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