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Superamento dell’angoscia nei sogni in Psicoterapia


L’esperienza dell’angoscia è tra le più disarmanti con cui l’essere umano si può confrontare.

È una paura senza oggetto, è la sensazione di vuoto, di perdita di Sé e pertanto di esistenza che deve essere a tutti i costi risolta perché non gestibile.

In quei momenti non si trovano appigli cui aggrapparsi o alternative di alcun genere ed è infatti spesso associata al senso di morte.

In Psicoterapia l’angoscia emerge palesemente con minor frequenza di quanto invece si presenti in forma latente a testimonianza che è stato necessario un lavoro costante e potente di difesa rispetto a questo vissuto.

Quando è portata nel setting come esperienza che si ripete o compare nella vita quotidiana è comprensibilmente associata al bisogno immediato di risolverla perché lo stravolgimento che determina è sovrapponibile a un’emergenza.

Toccare l’angoscia equivale ad aver vissuto la caduta nel precipizio e a posteriori causa il terrore di ritrovarcisi ogni giorno e che da un momento all’altro si possa cascare di nuovo giù.

In questi casi più rari un evento a forte impatto emotivo ha attivato la memoria inconscia di perdita e di vuoto che, come dicevo, ha trovato risposta nella gestione dell’emergenza, il più delle volte farmacologica.

Il lavoro psicoterapeutico è concentrato, all’inizio, nel qui e ora del vissuto e, in sintesi, serve primariamente a offrire alla persona uno spazio di appiglio, di ancoraggio rispetto al cadere nel vuoto.

La Psicoterapia allevia la percezione dell’assenza di speranza, permettendo un progressivo svezzamento dai farmaci e dall’imponente sintomatologia, esplorando le esperienze angoscianti e trasformandole in un secondo momento.

Molte volte invece l’angoscia si percepisce, nel rapporto con il paziente, come qualcosa di più sottile e soprattutto lontano ma che comunque c’è.

È lontana perché da una parte appartiene a un vissuto precoce durante lo sviluppo del bambino e dall’altra perché i meccanismi di difesa attivati per arginarla si sono, nel tempo, strutturati con estrema forza per evitare fin dove possibile, il ripetersi del vissuto di morte.

È un aspetto della storia del paziente che talvolta intuisco fin dai primi incontri ma che, mi rendo conto, non ha significato ipotizzare e restituire subito durante la Psicoterapia perché non sarebbe compresa cognitivamente nell’immediato e soprattutto potrebbe, al contrario, scontrarsi con le difese che ancor di più proteggerebbero quel rischio troppo vitale per essere corso di nuovo.

In altri casi sento che invece è importante verbalizzare la sensazione e la ricerca su dinamiche precoci del rapporto con la madre che possano fare riferimento a esperienza di assenza e pertanto di senso di perdita, angoscia e vuoto per affermare la realtà del rapporto psicoterapeutico fondato sull’intuizione e sul riconoscimento dell’altro.

Ho già descritto l’origine, nei primi mesi di vita del bambino, del senso di vuoto correlato all’esperienza di assenza affettiva del genitore http://www.mbpsicoterapia.it/breve-storia-della-dinamica-di-annullamento-nei-sogni-in-psicoterapia/ .

Allo stesso tempo ho raccontato come lo sviluppo della visione tridimensionale e della maturazione del Sistema Nervoso Centrale, determinino la comparsa del genitore salvifico come possibilità di aggrapparsi al rapporto invece di perdersi nell’esperienza di Sé e di conseguenza una vitale identificazione con il genitore stesso.

Sono interessato a descrivere l’importanza di toccare, recuperare per poi superare il senso di morte, fondamentale in un processo psicoterapeutico che restituisca al paziente la sua identità che si traduce in senso di appartenenza a Sé e al mondo circostante contro l’alienazione conseguente ai meccanismi di difesa http://www.mbpsicoterapia.it/ambivalenza-dei-miglioramenti-in-psicoterapia/ .

Soprattutto riporto la centrale attività della Psicoterapia di lavoro anche sul sogno e la sua interpretazione per risolvere dinamiche così precoci che la memoria cosciente non può far emergere e che, senza l’esperienza delle dinamiche inconsce, rischierebbe di rimanere un aspetto censurato dal paziente che non permetterebbe di riacquisire la libertà dai condizionamenti dei meccanismi di difesa http://www.mbpsicoterapia.it/interpretazione-delle-dinamiche-inconsce-in-psicoterapia/ .

Per questo riporto la narrazione e le interpretazioni di alcuni sogni che hanno confermato il superamento da parte di una paziente dell’angoscia di morte, precocemente dovuta al rapporto con la madre.

Gran parte del lavoro psicoterapeutico precedente è stato focalizzato sulla risoluzione delle dinamiche identificatorie con la madre e sulle trasposizioni di queste nei rapporti significativi da adulta http://www.mbpsicoterapia.it/consapevolezza-del-superamento-dellidentificazione-nei-sogni-in-psicoterapia/ .

Lasciare progressivamente l’immagine interna adesa alla madre ha impiegato un lungo tempo a rivelare la necessità di conservare il più possibile una difesa rispetto al rischio di vivere di nuovo, con la separazione profonda dalla madre, l’angoscia della perdita di Sé.

La Psicoterapia stava portando all’integrazione dell’identità e ritrovare l’uno senza l’appoggio dell’identificazione iniziava a scontrarsi con la paura/rischio di rivivere l’angoscia precoce di perdita di Sé e di andare in pezzi.

Inoltre l’uno si associava con la possibilità di separazione, dinamica sempre evitata proprio perché era impossibile pensarsi distinta e separata dal genitore se non a rischio di incontrare vuoto e morte http://www.mbpsicoterapia.it/separazione-dalle-dinamiche-identificatorie-e-recupero-della-vitalita-in-psicoterapia/ .

La salda alleanza psicoterapeutica, evidenziabile dal proseguimento dell’elaborazione delle dinamiche inconsce, nonostante i rischi, ha permesso di attraversare un periodo di crisi avvertito anche a livello di qualità di vita e sintomatologia.

La certezza era che la crisi che si stava attraversando era di contatto e superamento della paura più grande: l’angoscia di morte.

In un sogno si trovava con un gruppo di amici e la situazione era di allegria e festa: in particolare un ragazzo si ricopriva il volto con del cerone nero come una maschera facendo ridere tutti e sullo sfondo la paziente vedeva la madre contrariata.

Questa prima parte del sogno racconta il superamento del nero come annullamento e morte tramite il recupero di una dimensione vitale che permette di riposizionare la dinamica relazionale con la madre: la bambina viveva il suo investimento affettivo sul mondo circostante, la madre non potendo sostenere e riconoscere questa affettività, la negava e la bambina, in un tempo precoce, aveva vissuto l’assenza della risposta della madre come morte.

Aveva dovuto interiorizzare il nero come esperienza di Sé senza oggetto perché avvenuta troppo precocemente quando non poteva distinguere il mondo esterno come altro.

Ora invece distingue tra la rappresentazione della maschera e la realtà, permettendosi la leggerezza dell’essersi liberata di quel fardello su cui si può addirittura ironizzare.

Nel sogno la paziente si ritrova in ospedale dove ci sono tanti bambini neonati che stanno male, alcuni sono a coppie nella stessa culla, e uno in particolare sanguina copiosamente ed è quello che viene accudito dalla madre della paziente stessa.

È un passaggio fondamentale perché conferma la trasformazione del senso di morte in possibilità vitale recuperando l’identificazione, i neonati a coppie nelle culle, come protezione rispetto al dolore, il bambino che sanguina.

Se la paziente supera il senso di morte, la maschera nera che determina ilarità, può accedere al vero contenuto relazionale seppur precoce, cioè la sofferenza profonda, il sanguinamento come legato alle cure della madre.

L’angoscia di morte e pertanto la necessità storica di far sparire alcuni vissuti ed esperienze perché attribuiti a un’intrinseca caratteristica della paziente-bambina, ritrovano la loro storia vera: una forte sofferenza legata al rapporto con la madre in un periodo molto precoce, neonata, primi mesi di vita, in cui non vi era possibilità di vedere, percepire il rapporto con l’altro.

Il vuoto non può essere più pensato inconsciamente come costituzionale e come tale da proteggere sempre e a qualunque costo perché innato e pertanto irrisolvibile.

Nel sogno successivo la paziente si ritrova con 3 pantere nere, bellissime, che all’inizio le incutono timore, ma in realtà rimangono accanto a lei tranquille e mansuete.

In questa prima immagine si conferma il superamento ancora del senso di morte, la maschera nera, che diventa identità, potente, femminile, ma non pericolosa.

La paziente libera l’affettività convogliata a risorsa dei meccanismi di difesa e si ritrova un equivalente senso di Sé (le tre pantere) e la narrazione prosegue con l’arrivo di un leone bellissimo che la paziente segue.

Le pantere come identità permettono l’incontro con l’altro, il leone, altrettanto bello, potente e soprattutto non pericoloso.

La scena cambia e la paziente si ritrova nell’acqua profonda con un ragazzo sconosciuto, si amano e si baciano sott’acqua e lei sente che lui la sta portando con tranquillità fin dove non tocca.

Anche qui il passaggio intenso di liberazione dal senso di morte permette una dinamica relazionale più concretamente rappresentata dal rapporto con l’altro come possibilità di Sé di lasciarsi andare, di toccare le proprie emozioni fino in fondo senza, chiaramente, annegare.

Nell’ultima scena la paziente riemerge dal bacio subacqueo con l’uomo, i due si separano ma lei ha paura che per qualche motivo lui possa essere ucciso.

La paziente è ancora in Psicoterapia e l’immagine conclusiva racconta di una paura forte di separazione rispetto a dinamiche elaborate così potentemente e il percorso insieme ci servirà a realizzare che è possibile separarsi senza dover per forza associare a tale dinamica, il rischio e il senso di morte.

L’elemento emozionante è che storicamente, l’angoscia di separazione era onnipresente e per questo obbligava i meccanismi di difesa a ergersi contro qualsiasi rischio di fronte a situazioni a forte implicazione emotiva.

Oggi invece la paura di separazione è legata al potersi vivere con forza e pienezza la propria esistenza ma doversi poi confrontare sul come poter lasciare, a un certo punto, quel momento intenso, per riacquisirsi la propria identità, dinamica diametralmente opposta all’identificazione.

 

Michele Battuello



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