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Sulla Cultura Psicoterapeutica al tempo del Covid-19


L’osservazione dei movimenti della Psicoterapia, o meglio del mondo che ruota intorno alla Psicoterapia, da me chiamato “Cultura Psicoterapeutica” (http://www.mbpsicoterapia.it/la-cultura-psicoterapeutica/ ) è importante per comprendere e riflettere sullo stato del pensiero sull’essere umano nel tempo, in concomitanza con i periodi storici, sociali, culturali che si susseguono durante la nostra esistenza.

In un periodo oramai protratto di epidemia da Covid-19 che ci obbliga a riorganizzare la vita di tutti i giorni sempre di meno sull’emergenza (attivazioni repentine ma di breve durata), e maggiormente su cambiamenti strutturali del modo di studiare, lavorare, svagarci relazionarci e altro che con molta probabilità corrisponderanno in futuro al fare riferimento a uno stile di vita pre- e post- Covid, è sempre più necessario capire come si rimodella il pensiero psicoterapeutico.

A oggi continuo a rendermi conto che è quasi intrinseco nella nostra cultura narrare un essere umano unicamente in crisi, fenomeno attivo prima ancora che arrivasse l’epidemia e ancor di più evidente durante questo difficile anno 2020.

È vero che viviamo, subiamo effetti molto gravi dovuti al virus ed è quanto mai necessario continuare a essere presenti per aiutare le persone, compresi noi stessi psicoterapeuti ad affrontare, superare ed elaborare quanto incalza e preme l’esistenza quotidiana, per alcuni con risvolti di estrema drammaticità per altri meno ma non per questo da sottovalutare.

Allo stesso tempo però non mi capita di leggere o riscontrare messaggi e comunicazioni che trasmettano un’altra parte di verità e cioè le possibilità che abbiamo di far fronte alla sofferenza, alla crisi, al potenziale trauma.

Invece è vero soltanto ciò che si vede: se c’è ansia, paura, tristezza, incertezza e/o altri sintomi, allora si suppone l’esistenza e la diffusione ad ampio spettro del problema.

Mi domando in questo modo come possano essere realmente colte le strategie e le reazioni complesse e dolorose ma efficaci che molti avranno inconsciamente o meno messo in atto, se dobbiamo subito intervenire perché c’è il disagio, il disturbo a priori, per forza legato alle situazioni che stiamo fronteggiando.

Così credo che nasca il caos e la suggestione che bisogna sempre attivarsi solo sul patologico e sull’evidenza dei fatti che, invece, per fortuna, è mistificatrice, non sempre foriera di verità.

Questo non significa che non sia necessario intervenire: dobbiamo rispondere alle richieste di chi sta male poiché la sofferenza è insindacabile e va accolta per trovare una risposta e una soluzione ma, soprattutto nell’epidemia che stiamo attraversando, è fuorviante utilizzare un pensiero sedimentato sull’associazione problema esterno (Covid)/dramma interno (essere umano).

Il focalizzare oramai tutto sull’attimo, sul momento, sull’oggi che dimentica velocemente ieri e il passato recente, espressione di una cultura degli ultimi decenni che non vuole più dedicare tempo al soffermarsi, allo stare, al contattare quello che è stato per capire quello che è, si ripercuote con forza anche nel pensiero psicologico e psicoterapeutico rivolto a fermare, bloccare, sedare quello che emerge dalla persona se rientra in una delle categorie considerate “problema”.

Non ci sono spazio né possibilità per agganciare l’oggi del paziente alla sua storia integrandola con gli avvenimenti contemporanei: è tutto Covid-collegato e va risolto poiché ipoteticamente traumatico.

Consegniamo non tanto il paziente quanto l’essere umano, tutti noi all’impossibilità del farcela, la condanna dell’inquadramento in una casella. Accade da tempo, non è una novità, il primo esempio che ho in mente riguarda i disturbi del comportamento alimentare: il sintomo e l’alterata gestione alimentare indirizzano a uno specifico trattamento spesso protocollato deciso soprattutto in base al tipo di abbuffata o restrizione piuttosto che alla qualità relazionale e alle specifiche dinamiche di ogni singola o singolo paziente.

È chiaro che in non pochi casi si ritrovano i caratteri dell’urgenza e su quella non c’è storia: ci si attiva velocemente con i mezzi al momento più efficaci a disposizione.

Poi però è serve quel qualcosa che in parte sembriamo aver dimenticato o consideriamo poco: c’è da spendere del tempo, del tempo per conoscere, capire, entrare in vera relazione con la persona per portarla insieme oltre il suo disturbo (in questo caso alimentare) verso se stessa, a ritrovare un senso di appartenenza che verosimilmente ha perso o percepisce come debole, incerto.

E invece parte della Cultura Psicoterapeutica, così come la società, deve andare veloce, deve trovare un’apparente soluzione perché oggi vince chi risolve per primo, chi ha la risposta a portata di mano, chi garantisce il minor tempo di intervento.

Forse dovremmo invece riflettere sul fatto che i disturbi della sfera affettiva come la depressione stanno raggiungendo le tristi vette delle patologie più diffuse al mondo insieme alle malattie cardiovascolari.

Ma non c’è tempo per pensare, bisogna agire; quello che si cela dietro al sintomo, può essere importante ma impiega troppe settimane, mesi se non anni, e soprattutto denaro, questo è il messaggio: un continuo “risparmio” sull’essere umano.

Così, e ritorno al Covid, è inevitabile che per i problemi portati dall’epidemia ci siano intuitivamente dei sintomi, che, riguardano molti di noi e allora è necessario intervenire in maniera diffusa e omogenea.

Da una parte quindi il pensiero sull’umano fallisce poiché vede solo la superficie in una generica attribuzione di significato a un caotico causa-effetto: c’è il Covid, ci sono i disagi, disturbi, problemi affettivi, relazionali ed emotivi da affrontare con un’unica linea di conduzione; dall’altra c’è una ricerca apparentemente meno immediata, mi riferisco alle psicoterapie del profondo, che però mette in scena un altro tipo di fallimento del pensiero sull’umano.

Il cosiddetto inconscio è poco presente nella considerazione sugli interventi da pensare e proporre dall’inizio della pandemia: uno degli utilizzi più frequenti, sto parlando in questi casi di messaggi alla popolazione (giornali, internet, televisione), è tramite dissertazioni concettuali o filosofico-esistenziali sull’impatto del Covid sul profondo di ognuno di noi.

Il pensiero fallimentare sull’essere umano è rappresentato proprio, in queste narrazioni, dal ritrovare la prevalente se non unica descrizione dell’inconscio come la sede di pregressi traumi, immagini persecutorie e altro materiale inquietante che sarebbe riattivato e riemergerebbe nei sogni e nei vissuti delle persone in seguito all’epidemia.

Questo sarebbe documentato, in particolare, dal fatto che i sogni utilizzano con molta più frequenza immagini o narrazioni che fanno riferimento alle mascherine, allo distanziarsi, all’ospedale fino a immagini di morte.

Non si possono leggere le metafore che inequivocabilmente il nostro cervello utilizza prendendo spesso spunto da eventi esterni ad alto impatto emotivo esprimendoli nei sogni, sovrapponendole alla realtà di quelle immagini stesse perché così limitiamo le nostre possibilità di intervento e soprattutto confondiamo piani che in molti casi sono completamente diversi.

Ho già parlato dell’utilizzo del Covid nei sogni dei pazienti in Psicoterapia (http://www.mbpsicoterapia.it/il-sogno-e-la-sua-interpretazione-nelle-emergenze/ ) e ritorno a focalizzarmi sul fatto che continua questa ostinato pensiero sul trauma diffusa epidemia-correlato.

È assolutamente sicuro che molte persone stiano vivendo un forte disagio psichico sia nel qui e ora sia nell’effettiva riattivazione di angosce, vissuti ed emozioni spiacevoli del passato, più o meno coscienti ma non è possibile affermare che tutti i contenuti emergenti siano riferibili a tali esperienze.

La realtà non offre scorci di possibilità alternative e parlo ancora di messaggi continui che arrivano da tutti i mezzi di comunicazione raccontati dai professionisti: il primo e più importante dovrebbe proprio essere che avvertire disagi fino a sintomi sfumati è comprensibile in una situazione speciale come questa di emergenza ed eccezionalità nei primi mesi, oramai purtroppo divenuta più costante.

Non può essere considerato solo l’allarme (ansia, insonnia, agitazione…) ma anche l’eventuale coerenza dell’allarme con la situazione contingente: questo soltanto come punto di partenza per permettere alle persone di cominciare a distinguere invece di generalizzare.

Quando invece si tratta di sintomatologia importante e/o quadri conclamati, è fondamentale comprendere quello che effettivamente la persona tramite il sogno ci sta comunicando e per spiegarmi faccio un esempio molto banale ma spero chiaro: se per esempio racconta che una notte ha sognato che si ritrovava con un gruppo di persone in giro per strada e avevano tutti le mascherine non si può pensare in chiave universale/categoriale che racconti la sua paura di relazionarsi attivata o riattivata dal Covid.

Sono obbligato come psicoterapeuta a conoscere, ricordare le dinamiche storiche, gli stili relazionali, i sogni precedenti del paziente per restituirgli l’interpretazione che magari ha “semplicemente” usato le immagini del distanziamento sociale per raccontare invece un cambiamento importante come quello di aver elaborato la possibilità di entrare in contatto con gli altri, anche se ha ancora paura della “contaminazione” affettiva e li tiene a distanza. In questo caso sarebbe un cambiamento in atto e non un’angoscia pregressa o attuale.

Così come potrebbe rappresentare un conflitto in atto laddove è riuscito, durante il processo psicoterapeutico a concedersi la riapertura agli affetti, alle relazioni ma i suoi sistemi di difesa lo stanno rimettendo in guardia e allora utilizza le mascherine e il distanziamento per raccontare di una crisi che non c’entra nulla con l’epidemia ma con il suo percorso di cura. Oppure, certamente potrebbe raccontare del riattivarsi di un timore relazionale favorito dal Covid, ma quest’ultima è una delle possibilità e non l’unica certezza.

La risposta è soltanto all’interno di quella relazione psicoterapeutica che, se è in corso da tempo, dovrebbe trovare una coerenza con i movimenti e la storia del paziente più che con i fatti esterni, se è un percorso intrapreso da poco, la si aspetta dedicando del tempo al comprendere come e cosa sogna il paziente senza invece concentrarsi sulla fretta e la necessità di cui parlavo di offrire una risposta immediata.

Oggi, purtroppo, sembra essere più diffuso questo ultimo approccio e pertanto un pensiero riduttivo e parziale sulle capacità e risorse dell’essere umano, ma anche se apparentemente non molto diffuso, molti colleghi pensano e condividono un altro modo di avvicinarsi alle persone/pazienti e per questo il Centro di Psicoterapia di Roma, rivolge il suo interesse alla ricerca intesa come condivisione e approfondimento di un pensiero comune e diverso sull’essere umano.

Michele Battuello



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