Articoli

Sintesi dell’origine del senso di vuoto nel processo evolutivo. Retrospettiva attraverso la relazione e i sogni del paziente in Psicoterapia.


Continuo a riflettere sui primi mesi di vita del neonato e sulla relazione con gli adulti di riferimento perché è un periodo fondamentale per la costituzione delle basi di certezza, pertanto di identità, e le esperienze di percezione dell’assenza affettiva dell’altro sono causa precoce di vissuti di perdita di Sé che lasciano tracce inconsce di tale potenza da obbligare il bambino e poi l’adulto a sviluppare dei sistemi di difesa per arginare l’angoscia ad esse associate.

La sintesi proviene dalle ricostruzioni con i pazienti in Psicoterapia che emergono spontaneamente all’interno della relazione e soprattutto con l’utilizzo dell’interpretazione dei sogni che esprimono una fondamentale qualità dell’alleanza psicoterapeutica permettendo di esplorare nel dettaglio le esperienze precoci.

Le mie descrizioni pertanto, in alcuni aspetti sono e saranno simili o sovrapponibili a quanto raccontato da innumerevoli colleghi e proprio i punti di concordanza sono alla base di una vera e genuina Ricerca in Psicoterapia che dovrebbe essere caratterizzata dal confronto delle evidenze cliniche per trovare una linea comune di pensiero sull’essere umano e il suo sviluppo dalla nascita, la fisiologia per l’appunto http://www.mbpsicoterapia.it/riflessioni-sulle-basi-della-psicoterapia/ .

Unire invece di scindere e frammentare in tante correnti, sospendere la teoria e il pensiero cosciente per lasciarsi andare alla relazione e poi osservare, trarre conclusioni per la conoscenza e non per la gestione di un potere culturale, dovrebbero essere le fondamenta della Ricerca che, in Psicoterapia, si sovrappone alla clinica, venendo dopo di essa come vera comunicazione scientifica, processo che, nella sua totalità, accade di rado http://www.mbpsicoterapia.it/la-ricerca-in-psicoterapia/ ; http://www.mbpsicoterapia.it/la-cultura-psicoterapeutica/ .

Ritornando ai primi mesi di vita, il bambino nasce sano con il suo bagaglio ereditario di predisposizione al rapporto con il mondo esterno, tramite investimento affettivo (il Potenziale Umano, http://www.mbpsicoterapia.it/il-potenziale-umano-introduzione/ ).

Dal primo momento in cui entra in contatto con gli altri, il neonato entra attivamente in relazione con le sue proposte affettive e cercando altrettante risposte qualitativamente corrispondenti come riconoscimento, da parte del genitore, della realtà umana del figlio come distinta e separata e non appartenente a.

La relazione è l’unica possibilità che ha l’essere umano per proseguire nello sviluppo e crescere, l’altro è vitale, come sappiamo.

Per alcuni mesi non esiste però la visione distinta e la percezione dell’altro diverso da Sé, pertanto tutte le esperienze sono ricondotte al neonato stesso.

La maggior parte dei neonati riesce ad attivare il Potenziale Umano e ad avere risposte affettive soddisfacenti altrimenti rischierebbe un disinvestimento precoce e rapido sul mondo esterno con un blocco potente dello sviluppo e conseguenze psicofisiche gravissime.

In alcuni casi che poi ritroviamo in Psicoterapia, il bambino vive l’assenza del genitore, più affettiva che fisica: una madre che su alcuni timbri emotivi non riesce a sintonizzarsi e stacca il contatto e tante altre declinazioni del non riuscire a stare emotivamente nella situazione che danno origine a un senso di perdita totale di Sé nel bambino.

Nei sogni compare come vuoto, freddo, dispersione nello spazio e in innumerevoli altre immagini angoscianti, correlate al fatto che non potendo ancora distinguere tra Sé e l’Altro, il neonato ha vissuto l’assenza non come perdita dell’oggetto ma come perdita di Sé e quindi morte, annichilimento e sparizione.

Le immagini che associo in Psicoterapia quando emergono dei contenuti che fanno riferimento a esperienze precoci di perdita totale sono due.

Nella prima visualizzo l’effetto che mi fece anni fa affacciarmi alla falesia di granito Preikestolen in Norvegia, alta 604 metri: tirava vento e se si voleva osservare l’impressionante strapiombo eravamo costretti a sdraiarci a pancia in giù e a strisciare fino all’orlo del precipizio.

Quell’immenso vuoto riecheggia ogni volta che mi confronto con il vissuto dei pazienti perché è l’esatta sensazione che cadere da quell’altezza è senza speranza, non ci sono vie d’uscita come si sono sentiti loro, talvolta, tra le braccia della madre.

L’altra immagine è di fantasia ed è un’isola deserta in cui vedo il paziente: finché è tutto armonioso è il migliore dei mondi: cibo, sole caldo, mare ma se da lontano arriva un’onda anomala, in un attimo il senso di vita si trasforma in morte senza possibilità.

L’isola è esattamente l’esperienza del neonato con la madre per alcuni mesi: non riconosce la relazione, la vive solo come senso di Sé e se questa di colpo si fa fredda e assente è come l’onda che travolge tutto, non esisto più.

Se il vuoto fosse esperito in maniera continuativa non ci sarebbe possibilità di crescita, invece, poiché nella maggior parte dei casi il vissuto è saltuario, sebbene molto potente, il bambino continua a crescere e a nutrirsi delle risposte esterne ma sviluppando precocemente un senso di allerta, di vigilanza perché ha incontrato il rischio di perdita.

Può dedicare meno tempo all’attività fondamentale e spontanea del lasciarsi andare tra le braccia della madre ma inizia un’attività di controllo e attenzione.

Per questo motivo quando nei mesi successivi inizierà a distinguere Sé dall’Altro, la comparsa della visione del rapporto sarà in qualche modo salvifica: esiste un’isola vicina alla mia, più sicura in cui mi trasferisco perché forse lì non arrivano quelle onde che sommergono tutto.

Inizia così un’identificazione obbligata e vitale con l’adulto in cui è proiettata la salvezza e la protezione dall’annichilimento e dalla sparizione.

Il vantaggio è che in apparenza si è trovata una salvezza, lo svantaggio è che in questo modo l’investimento affettivo sano originario è protetto e allontanato perché causa di angoscia.

Soprattutto ogni forma di separazione dall’adulto, pertanto di crescita e maturazione, proporrà il rischio di ritrovarsi soli sull’isola deserta alla mercé dell’angoscia, quindi il diventare autonomo sarà solo un obbligo evolutivo, fisico e sociale, costellato da potenti identificazioni con gli altri e allo stesso tempo dall’evitamento di ogni possibile forma di contatto emotivo con l’esperienza di separazione fino alla costruzione in alcuni casi di rigidi falso Sé.

Poiché il bambino non può né sapere né riconoscere che l’origine del vuoto sono stati momenti di assenza affettiva della madre, il risultato è che il nucleo vitale di Sé viene scisso e protetto mentre è favorita l’idealizzazione del rapporto con la madre stessa.

La crescita sarà quindi caratterizzata dall’utilizzo delle risorse affettive come difesa rivolta a costruire nel tempo una personalità che dovrà a tutti costi evitare di entrare in contatto con il rischio dell’angoscia e della perdita di Sé così qualsiasi esperienza ad alta intensità emotiva sarà protetta, gestita e controllata.

Lo svantaggio è che la persona non svilupperà un’identità capace di esprimersi genuinamente e soprattutto di viversi liberamente l’esistenza perché il bambino originariamente sano, una volta percepita l’angoscia nell’investire affettivamente sul mondo esterno, dovrà rinunciare al suo Potenziale perché associato alla perdita e al senso di morte.

I meccanismi di difesa sono molte volte efficaci nell’esprimere una personalità per molti aspetti funzionale non solo sul piano cosciente ma anche affettivo: questo equivale al paziente che mantiene ed esprime una qualità relazionale valida ma sempre a determinate condizioni sostanzialmente rappresentate dal controllo continuo sull’esperienza e sul comportamento.

Se l’equilibrio delle difese è mantenuto, la persona può muoversi abbastanza liberamente nel mondo, se un evento qualsiasi rischia di minare il controllo o si ricorre all’evitamento o si entra fortemente in crisi.

In Psicoterapia è possibile osservare come l’affettività concessa dai meccanismi di difesa permette al paziente di entrare in relazione ma se il processo di cura inizia a toccare livelli emotivi vietati, conflitto e crisi iniziano ad avvicendarsi.

Generalmente è mia esperienza incontrare tali dinamiche quando il paziente sta risolvendo le dinamiche identificatorie cioè i problemi legati al conflitto con l’oggetto relazionale, la madre per lo più.

Fino a quando l’interpretazione coinvolge aspetti di Sé raggiungibili il lavoro prosegue con una sua fluidità perché si incontrano parti accessibili e disponibili alla messa in crisi e al cambiamento, quando però il miglioramento generale porta a contattare il nucleo vitale protetto dai primi mesi di vita, le modalità di crisi e conflittualità cambiano e inizia un processo di contatto fuga di solito potente.

Per questo lo psicoterapeuta deve essere in grado di riconoscere, non per teoria, ma per intuizione affettiva, la presenza di un’identità di base scissa e difesa perché se rimane agganciato ai risultati ottenuti con l’alleanza con i meccanismi di difesa, si gratifica dei risultati del paziente ma perde il contatto con aspetti essenziali da mettere ancora in luce e parte della cura andrà persa.

Finché lo psicoterapeuta è profondamente identificato dal paziente con l’oggetto relazionale, la madre, l’alleanza è mantenuta, quando progressivamente il rapporto tramite l’evolversi delle dinamiche di separazione conduce inevitabilmente il paziente a iniziare a percepirsi come distinto e separato dall’altro e quindi di rientrare in contatto con la parte più vitale di Sé, l’angoscia del vuoto e di morte, determina periodi di opposizione e resistenza al cambiamento.

Questi possono essere superati se lo psicoterapeuta lavora sul rischio dell’integrazione del Sé del paziente mentre può essere distratto dalla frustrazione dell’apparente peggioramento improvviso a fronte di evidenti miglioramenti.

In quel momento il paziente sta vivendo la possibilità di ritrovare la sua isola, non dovendo più fare riferimento a quella vicina ma per un po’ di tempo la paura che possa tornare l’onda annientatrice è forte ma la qualità del rapporto psicoterapeutico permette di trovare un Sé autonomo che si può affidare completamente alla relazione e lasciarsi andare senza angosce per potersi poi separare come fine del lavoro insieme.

 

Michele Battuello



Tutte le notizie