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Significato e utilizzo del là e allora e del qui e ora dei sogni in Psicoterapia


La storia del sogno e della sua interpretazione inizia, a cavallo tra ‘800 e ‘900, focalizzandosi sul passato del paziente, il bambino dei primi anni di vita, pensando la psicopatologia emergente dall’inconscio onirico come rappresentazione della lotta tra forze istintuali auto ed eterodirette
per cui la relazione oggettuale, il rapporto interumano precoce, avrebbe la sua centralità nel ridimensionare e direzionare queste forze e di conseguenza nel favorire o arginare la patologia.
Negli anni l’approfondimento della ricerca del rapporto madre-bambino ha modificato il punto di osservazione spostandolo dall’epicentro individualistico al polo bidirezionale/relazionale per cui la risposta e il contenuto affettivo del genitore hanno assunto notevole importanza per lo sviluppo psicofisico del bambino/essere umano.
È diventato così più difficile mantenere l’ambivalenza del bambino mosso da istinti insieme con la centralità che andava assumendo il rapporto con il mondo esterno accudente (il genitore).

L’interpretazione dei sogni si è lentamente spostata per molti professionisti sul tenere in considerazione il significato relazionale delle immagini oniriche, perdendo interesse per i contenuti puramente pulsionali primitivi.

Questo movimento di crescita della conoscenza dello sviluppo psicofisico del bambino ha però portato, dando origine a differenti correnti metodologiche, a utilizzare il sogno come strumento che racconta il qui e ora del paziente e pertanto della relazione psicoterapeutica, trascurando il significato del là e allora da una parte, e dall’altra, per alcuni Psicoterapeuti, a mantenere l’interpretazione centrata sul là e allora in chiave istintuale/pulsionale.
Il sogno oltretutto, nella metodologia che lo utilizza come narrazione del presente relazionale, è diventato un elemento in più e non uno strumento centrale, per lavorare sull’inconscio della seduta poiché esso inconscio sarebbe invece rappresentato da tutti i movimenti all’interno del setting.
Da quando ho esperienza di ascolto e interpretazione dei sogni nel processo formativo, prima, e clinico, poi, ho sempre faticato a comprendere questa dicotomia tra rifiuto del passato onirico e focalizzazione sull’oggi e viceversa, poiché credo, non per teoria ma per prassi che il rapporto psicoterapeutico eliciti entrambi in periodi diversi, all’interno del lavoro.

Sono d’accordo con chi, lavorando sul qui e ora, afferma che il materiale portato nella seduta dal paziente ricalca le relazioni dei primi anni di vita, pertanto l’interpretazione dell’oggi, compreso il contenuto onirico, risolve e permette di elaborare il passato, ma ritengo che questo non sia sufficiente per esplorare e curare le dinamiche storiche poiché vissuti molto precoci, dei primi mesi, anni di vita che hanno lasciato dei segni nello sviluppo del paziente, non sono sempre ritrovabili nel qui e ora.
Le scoperte neurologiche degli ultimi decenni hanno dato conferma, per quegli Psicoterapeuti dubbiosi sulla fisiologia evolutiva, che i primi tre anni di vita sono fondamentali per lo sviluppo psico-fisico, con un emisfero destro predominante e attivato da richieste e risposte affettive, relazionali con il mondo esterno.
Non vi è dubbio che il bambino vive queste esperienze, prima con le sensazioni e poi con le percezioni, che rimangono impresse nel cervello stesso e che sono ritrovabili nella personalità dell’individuo, ma soprattutto, vista la precocità dell’esperienza, sono rintracciabili nel contenuto onirico.

Generalmente il bambino nei primi mesi di vita, in cui prevalgono risposte ai bisogni che non sono solo di natura fisica come il nutrimento ma anche di natura affettiva, riesce a trovare una risposta efficace che gli permette di fare esperienze piacevoli da utilizzare come bagaglio strutturale di identità per la crescita.
Tranne casi rari di completa inadeguatezza del genitore in tempi molto precoci, i primi sei mesi di vita, dovuta a momenti di assenza psico-fisica della madre o dell’adulto, l’essere umano incontra un ambiente che lo accoglie, così che una base di possibilità esistenziale avvia il suo percorso.
In molti casi la maggiore difficoltà è vissuta durante il processo di separazione che inizia con lo svezzamento al seno e prosegue fino all’adolescenza come periodo di formazione dell’identità e come esperienza si prolunga poi per tutta la vita.
In termini affettivo-relazionali il tempo più importante per la separazione è quello che dura fino ai 3-4 anni di età poiché si correla alle prime potenti esperienze di senso di Sé separato e definito rispetto al resto del mondo.

Se i primi mesi di vita hanno offerto al bambino una relazione affettivamente valida, il processo di progressiva autonomia, comunque complesso, avviene in maniera spontanea, permettendo l’acquisizione nel tempo di un’identità non frammentata, cosa che altrimenti potrebbe subentrare se la madre/genitore faticasse nel rispondere e nel garantire determinate certezze.
L’inadeguatezza spesso si presenta nella fase di separazione come difficoltà nel sentire il proprio figlio come individuo distinto e separato da Sé (genitore) e le dinamiche associate a tale difficoltà obbligheranno il bambino a strutturare dei meccanismi di difesa per proseguire comunque il suo sviluppo che potremo trovare nell’adolescente o nell’adulto come psicopatologia ormai organizzata.
Per questo motivo è importante l’utilizzo del sogno e dei suoi contenuti che si riferiscono al là e allora della relazione perché la loro interpretazione restituisce il riconoscimento affettivo che il bambino ha vissuto per un periodo della propria vita e ha dovuto poi “rinnegare” a vantaggio dei meccanismi di difesa.

Il rischio di non cogliere questo aspetto del sogno è pertanto di lavorare in forma incompleta sulla personalità ristrutturando un’identità che può contenere ancora dei nodi sensibili.
La stessa proposta di lavoro sul presente della relazione contiene il messaggio dell’occuparsi del paziente considerato già come separato e autonomo, cioè svezzato, quindi un processo che lo porta in qualche modo a mantenersi più su un piano di coscienza, anche se il messaggio affermato in psicoterapia è che la seduta stessa è considerata un sogno ad occhi aperti in cui entrambi, paziente e psicoterapeuta, si lasciano andare a questo sognare.
L’indubbia validità ed efficacia di tale approccio ha il solo limite, come dicevo, di rendere il processo psicoterapeutico parziale, poiché l’unico vero modo di permettere al paziente di ritrovare il bambino funzionale dei primi mesi di vita è proprio di sospendere tutto quanto è ragione, coscienza, pensiero e utilizzare il pensiero del sogno che rappresenta la risposta all’alleanza psicoterapeutica.
Ho spesso osservato che all’inizio il contenuto onirico nei primi tempi del lavoro psicoterapeutico si focalizza sul là e allora del processo di separazione.
In sintesi il paziente attiva nella relazione le difficoltà e le risorse attivate per potersi separare.
Il ritrovare in questo modo un’identità che ha risolto i meccanismi di difesa strutturati per proseguire lo sviluppo psicofisico nel momento in cui il genitore faticava a viversi il figlio come individuo distinto e separato, determina un importante traguardo psicoterapeutico ma spesso non corrisponde alla risoluzione completa delle dinamiche psicopatologiche.

Non di rado questo recupero di identità collegato allo svezzamento/separazione rappresenta una potente risorsa per accedere, in un secondo tempo del percorso psicoterapeutico, a dei contenuti affettivi precoci che riguardano i primi mesi di vita.
L’utilizzo del sogno in questa fase è fondamentale perché solo in questo modo il paziente trova la forza e il coraggio di affrontare quelle esperienze di vuoto e assenza di rapporto, antecedenti lo svezzamento e che contenevano il senso di disgregazione completa di Sé poiché ancora c’era scarsa o nulla percezione del mondo esterno oltre le braccia della madre.
Il non percepire quell’affetto corrispondeva all’angoscia di morte.
Spesso si tratta di pazienti che possono aver protetto potentemente questi vissuti angoscianti con una separazione ad alto funzionamento, pertanto sono persone che presentano un’identità non così fragile in apparenza e che lavorano in Psicoterapia sulle conseguenze affettivo-relazionali di questa identità, avendo trovato il modo di coprire in maniera molto efficace lacune gravi preesistenti alla fase di svezzamento.
Sono questi i casi per cui ritengo che il lavoro che si concentra solo sul qui e ora della relazione possa mantenere ulteriormente protetti questi contenuti dando libero accesso invece a quelli più raggiungibili e toccabili sul piano emotivo.

Pertanto, come descrivevo, accade spesso che il paziente entri in contatto con il là e allora del processo di separazione/svezzamento e in seguito possa concedersi di affrontare il là e allora precedente, dei primi mesi di vita.
Solo a questo punto inizia, parlo sempre del contenuto onirico, a spostarsi sul qui e ora delle relazioni, compresa quella psicoterapeutica, in cui si può occupare effettivamente ed efficacemente di quello che ha riproposto, come dinamiche storiche, nei rapporti adulti una volta che ha affrontato, elaborato e risolto tale passato.
Sono processi ovviamente integrati, non netti e distinti così come è lo sviluppo psicofisico dell’essere umano ma effettivamente è apprezzabile questa cronologia di cui parlavo, che conferma l’efficacia e la necessità di saper riconoscere i sogni del là e allora ben diversi da quelli del qui e ora.
La sostanziale differenza di percezione del loro contenuto è possibile nel momento in cui lo Psicoterapeuta si lascia andare all’interpretazione del sogno, attività fondamentale che in parte è abbandonata dagli approcci che lavorano sul qui e ora http://www.mbpsicoterapia.it/il-sogno-e-la-sua-interpretazione/.

La capacità di riconoscimento profondo dell’essere umano/paziente è alla base del processo intuitivo della relazione e insieme dell’attività onirica che permette di cogliere e poter accedere a nuclei anche molto difesi e protetti, come raccontavo in precedenza.
È proprio l’interpretazione del sogno che permette al paziente, dalle prime sedute, di sentire che la Psicoterapia si sintonizza sul bambino dei primi mesi di vita, nonostante gli aspetti relazionali vadano in direzione opposta proprio per proteggere l’angoscia storica di frammentazione associata al processo di crescita e di formazione dell’identità.
Questo solo per accennare brevemente a come si sviluppano le elaborazioni del paziente nel ripercorrere e risolvere il processo evolutivo soprattutto tramite l’utilizzo del sogno e della sua interpretazione.
Per i motivi sintetizzati credo sia importante integrare il passato onirico, diverso rispetto all’approccio pulsionale, ma assolutamente rilevante per la Psicoterapia, con il presente onirico stesso, possibilità evoluta del processo di cura.



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