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Separazione dalle dinamiche identificatorie e recupero della vitalità in Psicoterapia


Il processo psicoterapeutico permette la risoluzione delle dinamiche difensive che si sono costruite e consolidate nel tempo a causa degli ostacoli e delle difficoltà affettive che il bambino ha incontrato durante i primi di anni di vita nelle relazioni fondamentali per la crescita.

La spontanea vitalità e predisposizione all’incontro con il mondo esterno sono state messe al servizio di sovrastrutture necessarie al proseguimento dello sviluppo, prima, e poi alla possibilità di essere adulti, tramite compromessi affettivi, comportamentali e di pensiero tra i quali si evidenzia l’identificazione con figure di riferimento.

Il rapporto psicoterapeutico si fonda sull’intuizione, da parte dello psicoterapeuta, della presenza del bambino sano nel paziente adulto che può progressivamente riprendere spazio e rilevanza e tornare a costituire le fondamenta dell’identità della persona.

Il paziente è disponibile fin dall’inizio alla relazione che affronta con le sue risorse, che comprendono anche, ma non solo, i meccanismi di difesa che trovano risoluzione tramite una duplice azione di riconoscimento della vitalità da una parte e frustrazione della psicopatologia dall’altra.

La via principale è l’interpretazione dello psicoterapeuta della relazione e delle sue dinamiche.

Ho già descritto  come il limite della parola rispetto alle immagini dei sogni e ai contenuti della relazione psicoterapeutica (http://www.mbpsicoterapia.it/e-il-naufragar-me-dolce-in-questo-mare/ ), mi stimoli a raccontare sempre di più i processi psicoterapeutici utilizzando la fantasia dei sogni e cercando di dare voce ai passaggi in essi contenuti.

Il linguaggio verbale dell’interpretazione insieme quello del paziente che narra, si incontrano tramite il linguaggio non verbale, predominante nella relazione psicoterapeutica e in generale nel rapporto tra esseri umani.

La frustrazione rispetto alla parola è pertanto dovuta al limite della lingua, del lessico rispetto alla quantità di immagini che i sogni attivano: da una parte questa discrepanza conterrà un limite culturale rispetto al mio personale bagaglio di termini ma dall’altra è una più ampia conferma di quanto la parola esprima poco di noi stessi anche se integrata con la potenza del non verbale.

Non è un caso che la ricchezza del linguaggio libero e delle immagini nella relazione sia preponderante nelle fasi avanzate della Psicoterapia per un maggiore svincolo della fantasia del paziente per cui è meno necessaria l’attività cognitiva dello psicoterapeuta di descrizione, riformulazione e riflessione sul pensiero.

L’evidenza di questi passaggi è testimoniata dai sogni, dal loro contenuto e da come psicoterapeuta e paziente affrontano il racconto e la successiva interpretazione del materiale onirico.

La ricchezza del rapporto psicoterapeutico si esplicita con il miglioramento clinico del paziente e con una qualità relazionale diversa per risoluzione delle dinamiche psicopatologiche ma l’espressione più potente è, a mia esperienza, l’investimento affettivo libero sullo psicoterapeuta tramite l’attività onirica.

Ritornando al tema della risoluzione delle dinamiche identificatorie, del recupero della fantasia, della vitalità e delle risorse, che rappresenta l’identità del paziente, riporto la descrizione, connessa a sogni raccontati in Psicoterapia, del processo.

Il luogo è anche in questo caso ( vedi http://www.mbpsicoterapia.it/verso-la-fine-della-psicoterapia-fisiologia-dellessere-umano-e-ricerca-sulla-realta-umana/ ), uno spazio chiuso, all’interno di un edificio con varie stanze, che ricorda un ufficio o in generale un posto di lavoro, come rappresentazione di Sé.

Immediatamente si presenta la scoperta: l’uscita del paziente da una stanza con la memoria di aver vissuto al suo interno delle esperienze corporee piacevoli.

Il pensiero, sempre nel sogno, associa l’immagine della presenza di una fontana calda nella stanza, come origine e sorgente di quelle sensazioni.

È un passaggio fondamentale perché permette al paziente di rientrare in contatto con periodi molto precoci, i primi mesi di vita, durante i quali la vista è meno definita degli altri organi di senso e il bambino è più coinvolto e stimolato, dal tatto, dall’odore e dal suono e l’esperienza che ne emerge è di calore e piacere.

Subito dopo aver ritrovato la sensazione, compare l’immagine, la fontana, che è il pensiero adulto attribuito all’esperienza riconquistata, il ricordo sensopercettivo della presenza del genitore.

Il paziente chiede alle segretarie che incontra nello spazio antistante, di mettere quella fontana nella stanza dove lavora, per far godere anche tutti quelli che si recano da lui, di quel piacere.

Il desiderio pertanto si sposta dal recupero del passato come esperienza vissuta e nuovamente accessibile, alla volontà di acquisirla nel presente con la possibilità di integrare quello che è stato in ciò che è ora.

Si conferma anche la natura del desiderio umano che non è individuale ma sempre relazionale, e cioè di godere di quel piacere anche con gli altri.

Il tutto avviene tramite l’immagine del paziente da solo, senza la necessità di figure di accompagnamento che spesso ha portato nei sogni per raccontare l’identificazione come identità non svincolata dal bisogno di riconoscimento e risposta da parte del mondo affettivo.

Cruciale è la sostanziale differenza tra autonomia di Sé come libero investimento affettivo nelle relazioni (nel sogno il paziente da solo che vuole la fontana per farne godere anche gli altri) e identificazione come possibilità opposta di amare legata alla necessità dell’altro come sostegno e nutrimento di Sé (nei sogni, le continue figure che aiutano, supportano, permettono l’azione).

Il rapporto che era diventato legame durante la crescita e non spontaneo investimento affettivo verso l’altro, torna ora libero.

La consapevolezza di desiderare la fontana immediatamente attiva la necessità che il paziente si ponga di guardia a quella stanza, che faccia dei turni.

Questo inserimento, che la libertà riconquistata debba essere sottoposta al vaglio del controllore interno, è ricollegabile alla comparsa del piacere, associato al rischio che possa essere di nuovo causa di dolore o delusione.

L’aver dovuto allontanare la certezza della fontana calda in passato, quasi a dimenticarsene, a causa della negazione da parte del mondo esterno originario della potenza affettiva del bambino, ha portato alla necessità di controllare le proprie emozioni.

Se da un lato queste riprendono il sopravvento, dall’altra si prepara anche la difesa.

Il conflitto apre al pensiero, nel sogno, che il paziente non ha a disposizione letteralmente dei “buchi” liberi nella sua giornata da dedicare ai turni di guardia.

È il secondo passaggio rilevante in quanto una parte del lavoro psicoterapeutico si è indirizzata a risolvere dei vuoti, dei veri propri “buchi” affettivi come esperienza di assenza di rapporto (http://www.mbpsicoterapia.it/lidentificazione-strutturante/ ), corrispondenti ad angosce e senso di morte, canalizzati in un pensiero costante di paura di malattie fisiche che possano determinare, appunto, la morte.

Ora non è più possibile attivare meccanismi di difesa delle proprie emozioni perché l’angoscia è stata sostituita dal contenuto affettivo della relazione psicoterapeutica basata sulla consapevolezza e il riconoscimento dell’esistenza di una fontana calda seppur nascosta.

La capacità elaborativa autonoma del paziente è da tempo sviluppata ma è ancora presente comprensibilmente il dubbio di dover ricorrere al vecchio guardiano interno, pur sapendo di non avere più spazi (buchi) liberi.

E allora, nel sogno, esce dalla stanza dove è stata posizionata la fontana e trova un’immagine di donna adulta, anziana che seppur molto bella, è seduta senza dire nulla, senza guardare in alcuna direzione particolare, fumando una sigaretta.

La madre, nella sua qualità storica di assenza, di scarsa relazionalità, ricompare quasi come avvertimento rispetto alle conseguenze dell’eventuale negazione, che, dando spazio ai meccanismi di difesa, permette alla madre di riemergere ma non come alleata, come nella passata identificazione, piuttosto come ritorno di quei vissuti di non presenza affettiva.

La rotta si è invertita del tutto: in passato il meccanismo di difesa serviva a mantenere il rapporto con la madre vivo, tramite l’idealizzazione e parallelamente l’allontanamento dell’investimento affettivo (la fontana), ora, invece, se la fontana è accessibile ma posta sotto controllo, emerge il ritorno della dinamica relazionale di non riconoscimento a confermare importanti consapevolezze acquisite dal paziente.

Pertanto, se si intraprende la strada della negazione, si ricrea un ponte tra il passato e il presente, la madre vacua su una sedia e subito dopo l’arrivo di un medico primario cui il paziente propone di portare i malati operati nella stanza della fontana a rappresentare il ritorno del vissuto storico del piacere associato a qualcosa che non va, alla malattia.

Il passaggio del ritorno del passato, la madre e i malati, si integra con l’oggi che

entra in scena nel sogno, con la comparsa della compagna attuale del paziente, che gli propone, invece di andare a una festa di inaugurazione dell’ufficio, di camminare per strada al buio, di notte, verso una cortina di nebbia.

Il freddo e la rarefazione dell’aria notturna nebbiosa in molti sogni precedenti hanno dato immagine proprio a ciò che immagine non aveva, il non esserci del rapporto con la madre, il buco, l’angoscia, possibilità che si ripropone tanto più il paziente si allontana dalla stanza della fontana rinunciando alla festa per seguire il rapporto.

La negazione si porta la consapevolezza che non è possibile confondersi rispetto alla propria identità, a prezzo di ricreare quel passato che allora era una difesa necessaria a poter camminare nella nebbia, ora sono solo delle luci in fondo alla strada che l’amata vede ma il paziente no.

Un tempo era necessario trovare dei punti di riferimento (le luci) nell’incertezza affettiva (la nebbia), e la bussola era riuscita a darla proprio l’identificazione con la madre o le figure di riferimento, riproposta in diverse forme nelle relazioni adulte, nel presente del sogno invece il paziente è consapevole che quella strada è buia e diventa luminosa se cerca nella relazione una risposta consolatoria.

Si può concludere che il ritorno del contatto con il desiderio determina una serie di eventi che uniscono l’allora con l’oggi e permettono al paziente di vedersi e immaginarsi come figura distinta e separata dall’altro.

Il sogno riporta una sintesi della storia affrontata e trasformata dal paziente e i suoi vissuti attuali, compreso il dubbio rispetto al potersi veramente vivere se stesso o continuare a proteggersi: il cambiamento è confermato dalla conoscenza delle conseguenze delle proprie scelte data dalla separazione dalle dinamiche psicopatologiche del passato.

È il raggiungimento di un’identità matura che include per l’appunto la scelta, che avrà ancora necessità di tempo, in Psicoterapia, per essere consolidata e soprattutto, attivata e realizzata nella vita di tutti i giorni.

Nei sogni immediatamente successivi, come a seguire il filo del processo trasformativo in corso, il paziente sogna la morte di un personaggio famoso cui affidava un’identificazione importante: la forza vitale dell’arte e della creatività rivolta a sconfiggere e affrontare la morte, la malattia fisica per il cantante da una parte e le risorse, il Potenziale Umano, piegati all’evitamento della morte psichica degli affetti, per il paziente.

Le difese in questo sogno, si separano dall’immagine di Sé, dall’identità e a conferma che non si tratta di un vissuto di perdita ma di un processo di separazione, giorni dopo il paziente si ritrova a sognare come gestire una discreta somma di denaro ricevuta in eredità da una parente.

La separazione dalle dinamiche identificatorie produce un guadagno, la libertà di avere le proprie risorse di nuovo a disposizione.

In poche immagini e scene oniriche si comprendono passaggi fondamentali del processo psicoterapeutico, in questo caso in una fase evoluta del lavoro: recupero del Potenziale Umano, separazione dalle dinamiche identificatorie, conflitto e ritorno dei meccanismi di difesa e consapevolezza che la negazione della propria identità nel presente può attivare storici vissuti.

Il sogno racconta con efficacia la realtà attuale del paziente con maggiore veridicità rispetto alla sola interpretazione della relazione in quanto narra una sapienza di Sé molto più libera da condizionamenti come è quella sognata.

 

Michele Battuello



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