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Psicoterapia Combinata Individuale/Gruppo 5

Il Paradosso del Benessere

Durante la fase centrale del lavoro psicoterapeutico e oltre, all’avvicinarsi della fine del percorso stesso, pertanto in prevalenza nel processo gruppale, mi capita non di rado di affrontare difficoltà strettamente correlate ai miglioramenti dei pazienti che in alcuni casi portano alla conclusione prematura della psicoterapia.
Tecnicamente si potrebbero considerare dei drop-out ma ritengo abbiano caratteristiche diverse poiché considero i drop-out quelle chiusure che si verificano precocemente dopo poche settimane al massimo dall’inizio della psicoterapia perché chiaramente non si è instaurata una buona alleanza terapeutica dovuti a fattori bidirezionali psicoterapeuta-paziente.
Credo invece che le situazioni che vivo e descrivo siano maggiormente legate a importanti dati di realtà che tengo sempre in considerazione e a un riconoscimento di maturazione del rapporto e pertanto del paziente stesso.

L’elaborazione del pensiero su sé legato al benessere che inizia a comparire nelle fasi avanzate del processo psicoterapeutico, contiene un aspetto importante che concerne la libertà di scelta di entrambi i soggetti della relazione, psicoterapeuta e paziente.
Una volta risolti i conflitti psicopatologici e affrontate insieme al gruppo le caratteristiche comportamentali e relazionali svantaggiose, può accadere che il paziente continui in parte ad agire e a pensare in maniera analoga a prima pur avendo acquisito consapevolezza del significato e delle conseguenze, poiché ha trasformato, risolvendole, le dinamiche psicopatologiche.
Sono quelle situazioni in cui mi sento di concludere il lavoro psicoterapeutico non per frustrazione ma per riconoscimento di libertà di scelta.
Nel momento in cui c’è chiarezza sul fatto che non ci sono elaborazioni ulteriori da mettere in gioco in psicoterapia e che il pensiero e l’agito del paziente vanno in vecchie direzioni, è necessaria una presa d’atto importante di quello che il paziente sceglie e pertanto vuole.

La direzione va dal lato opposto di quella affrontata in psicoterapia pertanto non ha senso continuare perché il rischio è di creare non una conflittualità bensì una lacerazione nel paziente stesso.
È riconoscimento di libertà e di identità della persona da parte del professionista accettando la possibilità di scegliere del paziente che non può essere frustrata poiché non è più legata a dinamiche inconsce disfunzionali, altrimenti diventa giudizio.
Allo stesso tempo può essere presa in considerazione la possibilità di scelta dello psicoterapeuta che, non giudicando, in questo riconoscimento può chiudere il rapporto psicoterapeutico.
Sicuramente non è un passaggio semplice per il professionista, sono inevitabili domande su quanto si è riusciti effettivamente a ottenere durante il percorso, cosa può essere ancora attivato e messo in gioco, cosa non è stato visto e molte altre ma alla fine la risposta ce la dà quella certezza di essersi veramente lasciati andare al rapporto e questo ci permette di comprendere e accettare che comunque sempre esiste la libertà dell’altro che può aver fatto progressi, affrontato e risolto importanti dinamiche ma vuole continuare a essere, in parte, quello di prima.

È chiaro che questo “voler essere quello di prima” è avvertito dal paziente stesso come non completamente congruo con la maturazione e i miglioramenti conquistati ma dobbiamo, insieme, entrare in contatto con i dati di realtà come accennavo all’inizio.
Spesso quello spazio e tempo del setting così specifici, intimi, importanti, potrebbero portarci a sottovalutare che all’esterno c’è sempre una vita che per molte persone può portare a dei compromessi non sempre vantaggiosi.
La famiglia, i figli, il lavoro, i partner sono immersi in situazioni che in alcuni casi non sono facilmente risolvibili in termini pratici e concreti pertanto, deve essere riconosciuta anche la possibilità che, nonostante la risoluzione delle dinamiche conflittuali, alcuni pazienti/persone non possano o non si sentano di apportare grandi modifiche ad alcune costanti della loro quotidianità.
Lo ritengo assolutamente comprensibile e riformulabile in questa fase del percorso psicoterapeutico.

L’importante è che entrambi, paziente e psicoterapeuta, sappiano che quella possibilità di benessere è reale, esistente ed è stata riconquistata durante il percorso e non può essere persa.
Si ragiona insieme, si affronta questa eventualità, si comprende come effettivamente libera da altre sfumature e si riconsegna come riconoscimento di identità dell’altro.
Il rischio altrimenti, come accennavo, che allo psicoterapeuta non vada bene quel comportamento e si travalichi nel giudizio della persona che non può esistere nella nostra professione.
Il nostro lavoro consiste nel restituire al paziente la possibilità di scegliere, cosa che prima la psicopatologia non gli permetteva incanalandolo nelle limitate possibilità condizionate dai meccanismi di difesa.
La scelta non può deluderci, al massimo può non coincidere con la fisiologia rielaborata e visto che d’altro canto non possiamo, come psicoterapeuti, accettare e pertanto proporre dei movimenti anti fisiologici, possiamo interrompere il lavoro.

È una restituzione molto chiara ed elaborata insieme al paziente che comunica anche il messaggio che non è una chiusura definitiva poiché la porta è aperta per un’eventuale diversa presa di consapevolezza e cambio di scelte future con l’obiettivo di affrontare la parte residuale del lavoro psicoterapeutico legata per l’appunto al pensiero cosciente su sé e sul proprio funzionamento.
Nella mia esperienza pertanto i momenti più difficili di lavoro in cui emergono conflitti concreti, reazioni potenti del paziente fino a situazioni in cui, per le motivazioni precedentemente descritte, si interrompe o termina la psicoterapia, sono quelli legati alla gestione del cambiamento di immagine e identità di sé, negli aspetti di benessere conclamato.
Sono passaggi fondamentali in cui la complessità esistenziale è legata alla reale consapevolezza di responsabilità di sé, in cui implicitamente e sempre più come riformulazione verbale, comunico che oramai nessuno di noi si può più pienamente appellare alle dinamiche inconsce o ai conflitti storici irrisolti per spiegare, fino a quasi giustificare, azioni e pensieri.

Credo che il rischio di non prendere atto di questo cambiamento sia quello di rimanere invischiati, paziente e psicoterapeuta, in un vortice ripetitivo di ricerca di ciò che ancora non sta funzionando, di cosa deve essere elaborato, di quale dinamica più o meno celata si attivi con la conseguenza della psicoterapia lunga, ridondante e infinita.
È chiaro che il dubbio possa insorgere se siamo riusciti veramente ad affrontare a fondo le problematiche ma su questo prevale sempre quella certezza di rapporto che si è costruiti insieme e che anche nell’atto forte di chiudere prematuramente la psicoterapia, conferma la fiducia che abbiamo nel lavoro svolto e soprattutto nell’altro.
Le questioni personali sono state affrontate, elaborate e trasformate, ora il sé è finalmente libero e la quotidianità è permeata di consapevolezza e di possibilità di scelte autonome, la psicoterapia volge al termine una volta raggiungi questi livelli di identità come descriverò nella parte dedicata alla conclusione del processo psicoterapeutico.

Michele Battuello



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