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Organizzazione della Psicoterapia ai tempi del Coronavirus

In queste settimane di continui cambiamenti e di aggiornamenti periodici sulle cosiddette restrizioni, ho ascoltato e affrontato un affannato tam-tam di posizioni rispetto all’obbligo/necessità/volontà di chiudere gli studi di Psicoterapia da parte dei colleghi e di lavorare in modalità tipo smart working da casa.
Descrivo la mia organizzazione professionale che ovviamente risente del mio pensiero sulla Psicoterapia ma allo stesso tempo del periodo eccezionale che stiamo attraversando.
La Psicoterapia, nella figura dello Psicoterapeuta, risponde a un rapporto che esiste, che ha un significato di presenza continuativa nello spazio e nel tempo proprio perché rappresenta l’esatto opposto di quello che hanno vissuto i pazienti, il non-esserci della relazione.
Quindi l’importanza di questa attività, che rientra nelle professioni sanitarie che non vanno incontro a restrizioni poiché di pubblica utilità, ha la sua efficacia e la sua validità anche nella dimensione dello spazio che non può essere a mio avviso immediatamente sostituita con altro contesto per evitare che parte del lavoro svolto sia vanificato, rischiando di andare in direzione opposta alla pubblica utilità.

Poiché sono fondamentali le due dimensioni spazio-tempo come luogo e orario in cui il mondo esterno può essere lasciato fuori e ci si lascia andare completamente alla sospensione di altre interazioni fuorché il rapporto dentro la stanza, ho scelto di proseguire le Psicoterapie allo studio che pertanto è rimasto ed è a oggi aperto.
Tale organizzazione tiene conto, in questo contesto inaspettato come quello generato dall’epidemia, di un fattore estrinseco che, rischiando di diventare inevitabilmente intrinseco alla Psicoterapia stessa, deve essere preso in considerazione dallo Psicoterapeuta che lascia aperto lo studio.
Sappiamo infatti che non sono sufficienti le misure di prevenzione fisica a proteggere la seduta, poiché se io o un paziente entriamo a contatto con una persona che è affetta o positiva al virus si deve sospendere il rapporto, sottoporsi a quarantena volontaria e pertanto lo studio chiude e si perde quanto ho scritto fino a qua perché lo spazio viene a mancare.

L’assunto di base è che si deve garantire la presenza e lo spazio del lavoro psicoterapeutico pertanto la stanza deve mantenersi libera il più possibile da rischio di contagio.
Pertanto io per primo, fin dal giorno della chiusura della zona di Lodi, diventata zona rossa, prevedendo che la situazione potesse complicarsi, ho isolato la mia realtà privata, se non per il necessario esistenziale, rendendomi così il più possibile non a rischio.
La stessa cosa hanno fatto o spontaneamente o da me sollecitati i pazienti: coloro che non possono mantenere un isolamento domiciliare, di solito per motivi di lavoro o che si spostano con i mezzi pubblici e che quindi sono a rischio, non si recano allo studio di Psicoterapia.
Per questi, insieme a quelli impossibilitati a muoversi, come i genitori che hanno figli a casa o altro, ho proposto l’opzione a distanza.
La propongo soltanto e non la offro come sostitutiva al setting perché non posso considerarla un’alternativa alla relazione spazio-temporale descritta ma un modo di mantenere la presenza del rapporto, fondamentalmente l’io ci sono.

Anche in questo contesto a distanza, mantengo almeno integro il setting dello Psicoterapeuta, pertanto svolgo gli incontri comunque dallo studio per rappresentare lo spazio oltre che il tempo sempre a vantaggio della relazione: il luogo non sparisce del tutto ma in qualche modo rimane.
Non considerando l’opzione “smart working” sovrapponibile alla Psicoterapia che di solito svolgo, mi confronto con i pazienti sulla possibilità di rapporto virtuale perché anche se è una richiesta frequente dal momento della comparsa del Coronavirus, non credo fino in fondo che questo setting corrisponda alle effettive esigenze di tutti.
Il messaggio che mando pertanto è che non esiste un sostitutivo del rapporto psicoterapeutico rispetto alla relazione nello spazio tempo concordati all’inizio del lavoro e del processo.

D’altra parte non si può nemmeno non fare i conti con la realtà esterna quando questa ci condiziona in maniera totalizzante ma, laddove il paziente è chiaramente libero di fare delle scelte personali anche legate a opzioni che lo stesso psicoterapeuta gli offre, compresa in primis quella di non venire allo studio ove fosse possibile e/o di non incontrarsi a distanza, sono sempre convinto che il nostro dovere di professionisti sia quello di garantire al più delle nostre possibilità lo spazio tempo.
Garantire è una certezza di presenza e di esserci del rapporto, vincolata e associata, come è naturale e ho descritto, alla tutela psico-fisica di sé e dell’altro.
Oltretutto, sto sperimentando settimana dopo settimana, quanto questa chiarezza e ridefinizione del lavoro, attivi ovviamente molte dinamiche nei pazienti stessi, a partire da quella per me centrale che è la possibilità di scelta, cioè un rimando, anche nella difficoltà, di riconoscimento di identità dell’altro essere umano, fattore portante di tutto il mio approccio psicoterapeutico.
Gli eventuali effetti o conseguenze delle scelte saranno materiale che si potrà affrontare una volta riacquisito il setting originario.

Michele Battuello



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