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La Ricerca in Psicoterapia

L’obiettivo della riflessione è ridare alla ricerca il suo vero senso che fa del confronto tra pensieri liberi il suo perno centrale.
Per fare questo è necessario partire da un processo di ritrovamento della genuinità, sbloccando la psicoterapia e di conseguenza la ricerca, da pesanti sovrastrutture che rischiano di interferire con l’efficacia del trattamento.
Il primo aspetto che mi viene in mente riguarda i metodi di valutazione dei risultati: è il grande punto debole del confronto con la metodologia medica di validazione dei dati.
Tutto quello che avviene nello studio di psicoterapia è discutibile, è poco dimostrabile, è criticabile ed è facilmente invalidato da qualsiasi sistema che cerca criteri e risultati oggettivi, visibili, riproducibili in diverse situazioni e in ampi sottogruppi di popolazione.

I risultati possono essere facilmente disconfermati o in molti casi nemmeno reperibili perché il nostro lavoro si basa sulla soggettività dello psicoterapeuta e del paziente, presupposto in direzione contraria alla standardizzazione.
Dispiace non poter dimostrare agli amici, ai colleghi e al mondo quante persone sono state meglio grazie al nostro intervento esponendo qualcosa di concreto che non sia solo la parola di qualche paziente grazie alla quale possiamo godere di una maggiore o minore reputazione.
Vorremmo dare dei numeri e delle statistiche scritte, nero su bianco, che dicano che funziona, che la psicoterapia è efficace.
Oltretutto abbiamo contro il numero effettivo di pazienti per cui mentre il ginecologo, il dentista o lo stesso psichiatra si confrontano con un ampio numero di persone nell’arco del tempo, noi ci occupiamo di molte meno situazioni causa la durata del percorso, anche per i modelli brevi.

Non ultimo, per chi si demoralizza facilmente, esiste una saturazione soggettiva del numero di pazienti che ogni psicoterapeuta riesce a seguire anche nel caso in cui abbia un bacino ampio di invii.
Il dato di realtà è a volte sconfortante per affermare con certezza e dignità il valore della psicoterapia ed è comprensibile che la Cultura Psicoterapeutica abbia tentato e continui oggi a cercare conferma e riconoscimento dalla scienza ma la frustrazione rischia talvolta di portare a strade che non corrispondono pienamente all’obiettivo.
Pensiamo al semplice dato che il nostro lavoro consiste nell’offrire alla persona che è bloccata in un circolo chiuso di pensieri, vissuti, azioni o tutto questo insieme, un punto di vista diverso, che permetta l’apertura.

Il paziente si accorge del cambiamento durante il percorso e allora immaginiamo che proprio noi per primi dovremmo permetterci di aprire lo sguardo a una forma di pensiero sulla ricerca in psicoterapia che non per forza debba rispondere ai criteri scientifici di validazione dei risultati di altre discipline.
Come proponiamo al paziente, non possiamo chiuderci all’interno di una sola possibilità se questa ci forza a procedimenti e regole non coerenti con la professione.
Personalmente credo che la volontà di trovare un modo adeguato al processo psicoterapeutico di fare ricerca debba proseguire come è innata nell’evoluzione dell’uomo la ricerca stessa.
Questo desiderio può rivelarci una realtà che oggi non riesce a darci risposte effettive perché deve ancora trasformarsi il pensiero sulla ricerca che è invece limitato all’impostazione di validità dimostrata da un modello di causa ed effetto statisticamente significativo.
Per ogni scoperta c’è stato bisogno di tempo e anche le più folgoranti, opera di uno, contenevano sempre un percorso storico di preparazione e di tentativi di molti.

Piuttosto che cedere all’imperativo cosciente di trovare il modo di dare alla psicoterapia gli stessi strumenti di altre ricerche scientifiche, tentando di protocollare il rapporto tra due o più persone, o di scandagliare tramite test e valutazioni di ogni tipo gli effetti del percorso psicoterapeutico per offrire risposte e dati inconfutabili, dovremmo continuare a cercare sulla nostra strada senza per forza snaturare l’importante significato del lavoro che ogni settimana portiamo avanti con i pazienti.
Se esiste un mondo cosiddetto scientifico che oggi ci chiede un certo tipo di dati per sottrarci allo scetticismo che da anni ruota intorno alla psicoterapia, la risposta non è adeguarci ma resistere, continuare ad avere fiducia nei risultati che noi e i pazienti vediamo e andare avanti.

È importante credere che possiamo costruire un pensiero diverso sulla ricerca.

Un’immagine per me evocativa è rappresentata dagli scambi epistolari che ci sono stati nella storia, in particolare tra Ottocento e Novecento tra figure di rilevanza in quasi tutti gli ambiti così come passeggiate, riunioni, serate che avevano come filo conduttore il confronto tra persone.
L’incontro di persona è insostituibile nel nostro ambito perché è esso stesso relazione, non può prescindere da questa.
Probabilmente molte di dette situazioni non avranno avuto spiriti così puri rivolti solo allo scambio, alla ricerca e alla crescita, ma è bello pensare che si possa riacquisire un modo di proporsi svincolato da altri interessi se non quelli di capire meglio l’esperienza psicoterapeutica.

Attraversiamo tempi in cui il confronto professionale è poco utilizzato o, come al solito, all’interno dei sistemi noti e chiusi in loro stessi, con le supervisioni, i seminari, le riunioni, ma sempre nel recinto appartenente al singolo orientamento metodologico.
Faccio fatica a pensare la crescita di un qualcosa quando non c’è apertura rispetto alla diversità, all’altro fuori dal mio piccolo mondo.
A un livello macroscopico ritrovo una competizione per la supremazia del modello come raccontato, a livello più stretto, ho la percezione di sfiducia reciproca tra colleghi e me ne accorgo dal fatto che il nostro ambiente è pieno di segreti, dal prezzo della seduta, al numero di pazienti, di drop-out, di nuovi accessi o altro.
La riservatezza invece è meno palese quando si tratta di parlare delle problematiche dei pazienti stessi: su di loro siamo disponibili, su di noi molto meno.
Rinnovo l’idea che tutto quello che sto raccontando riguarda le conseguenze di un certo tipo di Cultura Psicoterapeutica e che poco abbia a che fare con la psicoterapia vera e propria.

Questo può accadere nel momento in cui viene meno l’identità dello psicoterapeuta: a tutti gli effetti stiamo attraversando una crisi di identità per un’ampia serie di motivi.

Il primo è una difficoltà globalmente umana rispetto al sé e al mondo per cui il singolo è molto più rinchiuso in se stesso e meno aperto alla comunità anche se in apparenza ci troviamo nel periodo della grande comunicazione di massa per cui possiamo parlare in diretta coi poli opposti della terra come fossero nostri vicini di casa ma chissà come siamo sempre più soli e la depressione sta diventando la prima patologia mondiale per incidenza.
La sociologia e l’antropologia ci raccontano allarmate che si tratta di contatti effimeri così le come relazioni virtuali, innumerevoli rispetto alle reali interazioni dirette tra esseri umani .
Per questo mi sono sentito di riflettere e scrivere.
In qualche tavolata ristretta tra amici o talvolta a tu per tu con qualcuno, ho cominciato a parlare di quello che facevo, un po’ più nello specifico rispetto al solito far capire che non sono pagato solo per ascoltare i pazienti.
Iniziavo a raccontarmi, oltretutto non con persone del settore, e le parole fluivano, perché parlavo di me e non dei pazienti, descrivendo cosa mi emoziona, a quali situazioni erano correlati i momenti di difficoltà e di gioia all’interno del setting, e più ascoltavo le mie parole prendere fiato più mi confermavo che la ricerca in psicoterapia è il racconto tra esseri umani degli esseri umani.

È così strettamente connessa alla vita quotidiana, non solo nei fatti, ma nei vissuti, negli stati d’animo e qualcuno a ragion veduta, direbbe che sto scrivendo dell’ovvio ma io questo ovvio non lo vedo così rappresentato realmente se parliamo di ricerca sull’identità umana del professionista.
Dobbiamo saper comunicare anche della nostra professione agli altri, ritrovandola come capacità identica a quella che attiviamo con il paziente, cioè di ritrovare la forma originaria, la fisiologia, rappresentata da un essere umano che riconosce gli altri assolutamente simili a sé e da lì può lasciarsi andare alla relazione, qualunque essa sia.
L’effetto invece è opposto per cui il rimando più frequente è che le persone si sentono analizzate anche quando ci troviamo in un tempo e uno spazio personali e non di lavoro.

Possiamo pensare che in alcune occasioni è una sensazione di chi ci sta di fronte, che conoscendo la nostra professione, ha il timore o la percezione esagerata di essere guardato con un occhio indagatore ma nelle rimanenti eventualità probabilmente ci portiamo dietro il nostro ruolo come se servisse a darci una sicurezza di identità.
Se non esistesse la necessità di affermazione legata al lavoro, il nostro strumento umano di psicoterapeuti, dovrebbe rivelarsi come una forma più libera di offrirci agli innumerevoli contesti, rappresentata da un più facile disvelamento personale, di disponibilità all’incontro e alla conoscenza che potrebbe risultare in una atmosfera più vivace e coinvolgente tanto più quando ci troviamo tra colleghi.
Raramente questo accade o comunque non è frequente trovare reale interesse nella ricerca in psicoterapia intesa come soffermarsi sull’identità dello psicoterapeuta.

Esistono al contrario pagine e pagine su quanto il paziente proponga all’interno della seduta: dinamiche, pensieri, agiti e vissuti che rispecchiano in vario modo la sua storia, mentre la freccia inversa che si occupa del rispecchiamento psicoterapeuta-mondo personale esterno, non sembra essere rilevante.
Può esistere la possibilità quindi che non siamo ancora in possesso di un metodo nuovo di pensare la ricerca in psicoterapia e ne dobbiamo accettare la frustrazione.
Non vuol dire che non abbiamo degli strumenti conoscitivi al momento efficaci: la fisiologia come tanto sto raccontando è data e certa e ne continuerò a parlare più avanti.
Il linguaggio comune che tanto mi appassiona può diventare la base di partenza e di riconoscimento del nostro lavoro.

Intendo dire che potremmo capovolgere il punto di osservazione e immaginare che se un numero sempre più ampio di professionisti accettasse e condividesse dei principi di base della relazione psicoterapeutica, si potrebbero portare il mondo scientifico e la cultura a dare credito agli avvenimenti all’interno del setting, in maniera rilevante e significativa poiché raccontati dal più ampio numero di psicoterapeuti.
Questo pensiero non vuole proporre un modello universale di trattamento, che non può esistere, ma vuole porre le certezze della fisiologia della relazione come fondamenta della ricerca e del successivo lavoro specifico e personale dei diversi orientamenti.
Uno dei punti focali è la formazione dello psicoterapeuta intesa come consolidamento dell’identità della persona.
È formazione dell’essere umano e come conseguenza di essa, del professionista e può rappresentare un punto di partenza della ricerca nel momento in cui acquisisce un’unica forma comunicabile e assimilabile da tutti gli orientamenti psicoterapeutici.

A monte del primo incontro di valutazione del paziente ci deve essere un professionista che abbia lavorato potentemente su se stesso per attivare una capacità di affrontare e vivere la relazione psicoterapeutica come reale proposizione di guarigione e cura.

Michele Battuello



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