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La Paura dell’integrazione in Psicoterapia


L’accorgersi della presenza dell’altro, separato e distinto da Sé, è un’esperienza che l’essere umano bambino affronta alcuni mesi dopo la nascita come conseguenza del progressivo sviluppo del Sistema Nervoso che integra, in forma più elaborata, le senso percezioni provenienti dagli stimoli esterni.

Questo passaggio è molto precoce e ha un’enorme rilevanza per il processo psicofisico di crescita e per questo motivo è chiaramente altrettanto importante la risposta che l’ambiente sta offrendo al bambino, in particolar modo i genitori e/o gli adulti di riferimento come ho già descritto in precedenza (http://www.mbpsicoterapia.it/psicoterapia-combinata-individualegruppo-1/).

Mi interessa ora raccontare la differente qualità affettiva esperita dal bambino in questo periodo che contiene delle implicazioni fondamentali per il processo psicoterapeutico e pertanto la rilevanza che ha l’utilizzo dell’interpretazione dei sogni come via di accesso ai vissuti dei primi mesi di vita.

Il periodo che va dalla nascita alla capacità di distinguere tra Sé e l’altro è caratterizzato da un rapporto con il mondo esterno percepito come facente parte del Sé.

Una risposta scarsamente affettiva da parte del genitore/madre determina una profonda ferita perché il vissuto va ad attaccare direttamente l’esistenza del bambino, che non può ancora percepire una realtà esterna (rapporto) cui si può aggrappare o legare se fa esperienza di qualcosa di spiacevole, ma al contrario vive la paura della dispersione di Sé nello spazio.

Le situazioni di cui parlo sono state caratterizzate da una discreta risposta da parte del genitore, in cui non hanno prevalso dinamiche primariamente anaffettive ma in cui la madre può aver faticato precocemente nel rapporto con il figlio attivando vere e proprie assenze psichiche.

Poiché queste esperienze sono evidenti dai sogni di pazienti che riescono a mantenere una qualità di rapporto sufficiente per l’alleanza psicoterapeutica, si tratta di persone che hanno vissuto il rischio della perdita completa di Sé in maniera puntiforme, cioè episodica, piuttosto che continuativa.

Quando il percepire l’assenza consiste di episodi più prolungati o frequenti nel tempo, nei primi mesi di vita, le conseguenze possono essere molto gravi e riconducibili a disinvestimenti precoci del bambino rispetto all’ambiente e quadri di sviluppo psicofisico molto rallentati o ritardati che richiedono interventi immediati per evitare la compromissione della relazione del bambino con il mondo.

Il bambino in determinati momenti ha sentito che la madre era assente anche quando fisicamente presente e, come detto, l’incapacità del Sistema Nervoso di poterla distinguere come figura separata, ha lasciato tracce inconsce di esperienza di pericolo della dispersione totale di Sé.

Il ritorno della madre andava a compensare o tamponare il terrore insostenibile di annichilimento evitando la perdita di contatto con il mondo.

Il bambino deve iniziare così in qualche modo a proteggersi dall’angoscia che precocemente l’esistenza gli offre tentando di arginare il più possibile il rischio, aumentando i livelli di veglia in periodi in cui invece domina ancora il lasciarsi andare al sonno come esperienza di tranquillità ma anche di attivo investimento affettivo con la madre.

Diventa intuitiva la conseguenza per cui, dopo i primi mesi di vita, quando la maturazione degli organi di senso, soprattutto della vista, permette al bambino di rendersi conto che il mondo non è rappresentato solo da Sé ma c’è uno spazio intorno in cui si muovono gli altri, il rischio di sparire nel nulla è mitigato da un iperinvestimento affettivo verso l’esterno, soprattutto la madre, poiché chiaramente salvifico.

A mia esperienza in questo passaggio inizia una prima inevitabile forte identificazione con la madre intendendo identificazione un processo non fisiologico (http://www.mbpsicoterapia.it/sullidentificazione/) poiché compare la salvezza rispetto alla perdita/disintegrazione di Sé, l’ancora, la boa, il salvagente.

Il bambino non può “sapere” che è proprio dalla madre che è originata quell’esperienza di risposta carente, in alcuni momenti anche assenza di risposta, pertanto il processo prosegue su un doppio binario svantaggioso: il bisogno di tenere stretto il rapporto per evitare l’angoscia e il proseguire dello scarso riconoscimento affettivo da parte del genitore che obbliga il bambino a rimanere ancora di più attaccato alla relazione.

Si costruisce così un legame difficilmente separabile che durante la crescita potrà avere tutte le conseguenze correlate all’identificazione come sistema di difesa e i quadri clinici che osserviamo in Psicoterapia.

Il lavoro sui sogni è centrale per l’esplorazione e la risoluzione di queste dinamiche precoci ed è fondamentale soprattutto nel far emergere l’esperienza di disintegrazione correlata al periodo in cui il bambino percepiva il mondo esterno come Sé e non come distinto e separato.

Durante la Psicoterapia i pazienti presentano nella relazione e nei sogni tutte le caratteristiche psicopatologiche attribuibili alle conseguenze della relazione disfunzionale con la madre, pertanto riferibili al periodo dopo i primi mesi di vita in cui il bambino si accorge che c’è qualcuno oltre Sé.

Il lavoro psicoterapeutico porta alla risoluzione di queste dinamiche che sono rappresentabili da una continua necessità di trovare una risposta affettiva piena dagli adulti di riferimento che si estende poi alle relazioni sociali; tale esigenza non è mai pienamente corrisposta dai genitori, pertanto il bambino, non potendoli rifiutare, si percepisce come non in grado di, sbagliato, in colpa.

Il procedere della Psicoterapia porta il paziente al ritrovamento di un’identità svincolata dai bisogni e pertanto si osserva un miglioramento generale della persona dai sintomi al pensiero, alla qualità relazionale, al contenuto dei sogni in un’integrazione progressiva degli aspetti di Sé svalutati dalla necessaria identificazione con l’altro.

Questo periodo generalmente coincide con una proposizione condivisa, psicoterapeuta paziente, che il lavoro si può avviare alla conclusione, pensiero focalizzato ad attivare il processo di separazione definitiva dalla Psicoterapia più che a concordare una data di termine, ed è proprio quando si propone l’immagine definitiva di integrazione del Sé che può subentrare una crisi importante legata al rischio del riemergere dei vissuti precoci di perdita e disintegrazione.

Il paziente è costretto a rientrare in contatto con quel nucleo di esperienza così drammatico che dai primi mesi di vita all’adulto che abbiamo di fronte, ha fatto di tutto per proteggere, evitare e isolare in compartimenti quasi stagni.

L’angoscia può/è costretta a riemergere ma il Sé ha ritrovato delle basi sicure per trasformare la disintegrazione in possibilità di vita perché trova risposta nel rapporto psicoterapeutico.

È un passaggio fondamentale e complesso per l’obiettivo di cura e pertanto guarigione del paziente perché è facilmente camuffato dalla coppia psicoterapeutica: lo psicoterapeuta può inconsciamente favorire l’addizionale difesa di vissuti annichilenti se si sofferma solo sul processo di separazione per gli evidenti risultati del lavoro e il paziente si ritrova aiutato nel lasciare intoccati questi aspetti perché non sollecitato e perché comunque contento del suo stare bene e dell’avvicinarsi alla conclusione della Psicoterapia.

Il paradosso dell’integrazione è stato ben raccontato da E. Gaddini1 e coerentemente compare molto avanti in Psicoterapia e ha degli aspetti sfumati all’interno della relazione che vanno colti per permettere al paziente di accedere a quei vissuti di angoscia e perdita totale di Sé che, emergendo nei sogni, potranno essere interpretati e risolti.

In questa fase ritengo che il lavoro sulla relazione sia ancor più importante per infrangere un nucleo difensivo potentissimo offrendo la forza affettiva del rapporto che va a sopperire il vuoto del non rapporto storicamente esperito.

Psicoterapeuta e paziente sono entusiasti e soddisfatti dei cambiamenti ma talvolta permane un periodo di quiete, forse stallo: la Psicoterapia procede verso il suo termine ma qualcosa sembra fermarsi non così macroscopicamente tangibile perché il paziente sta bene.

Allora se si dà voce a quella stasi che non convince del tutto anche rischiando di ostacolare apparentemente il benessere ottenuto, con tenacia, si penetra quel nucleo protetto e difeso a oltranza.

Il paziente concede alla relazione l’ultimo passaggio ma cruciale: sostituire, accedendovi, l’angoscia precoce di disintegrazione e morte come caratteristica intrinseca di Sé, con la relazione che permette di riportare a un allora in cui il bambino percepiva di essere solo ma in realtà qualcuno (il genitore) non rispondeva alle sue spontanee richieste affettive.

Il nodo centrale che si scioglie è anche quella sensazione del paziente di stare meglio ma con un dubbio, io lo percepisco di solito come un rumore di fondo, che comunque ci sia un qualcosa che non va a confermare il pensiero storico di un’ereditarietà strutturale, pertanto genetica, del non essere a posto, che la macchina essere umano sia un po’ difettosa, esperienza quasi sempre presente nei pazienti.

Si conferma invece che esisteva una relazione che ha determinato vissuti anche precoci interferendo con la crescita di un bambino naturalmente sano e ricco del suo patrimonio genetico di investimento sul mondo esterno e non di predisposizione alla psicopatologia.

Così lo psicoterapeuta trova lo spazio per trasformare quel vissuto di sparizione di Sé, con il rapporto che sostituisce il vuoto con un contenuto affettivo.

Solo in questo modo la Psicoterapia cura quel tempo lontano, i primi mesi dopo la nascita, che altrimenti rimarrebbe irrisolto lasciando il paziente con un senso di incompletezza rispetto al suo miglioramento e soprattutto con il dubbio che, qualora si presentasse una situazione che emotivamente richiede una forte messa in gioco della persona stessa, si potrebbero attivare meccanismi di difesa e il ritorno della sintomatologia.

Come raccontavo prima, in questo passaggio è implicato l’apparente paradosso dell’integrazione e del ritrovamento di identità del paziente che, associandosi alla capacità di vivere sempre più se stesso a pieno, determina la comparsa dell’angoscia di disintegrazione.

Questa è associata al fatto realmente vissuto che, quando il neonato poteva vivere Sé come unitario grazie al suo patrimonio ereditario e alla tenuta affettiva del genitore, a un certo punto ha percepito la rottura di quella tranquillità e ogni passaggio evolutivo di separazione/individuazione di Sé, dallo svezzamento in poi, gli ha proposto sempre l’associazione integrazione/perdita obbligandolo a difendersi con dinamiche di scissione per allontanarsi dai vissuti dolorosi.

Il paziente che si avvicina alla separazione dalla Psicoterapia deve riattivare la difesa storica.

In alcuni casi questa si appalesa perché il paziente si ritrova a vivere relazioni ed esperienze giocandosi l’identità ritrovata o è riscontrabile in forme più sfumate rintracciabili nel rapporto psicoterapeutico.

È inequivocabile, nella mia esperienza, che la risoluzione della dinamica di assenza di rapporto è collegata al lavoro profondo di interpretazione dei sogni in quanto troppo precoce per essere ricordata coscientemente.

Solitamente accade che quando le dinamiche identificatorie, pertanto legate alla percezione del bambino della presenza del rapporto seppur carente, si avvicinano alla risoluzione, emergano dai sogni immagini apparentemente dissonanti con il processo in corso.

Sono rappresentazioni talvolta non riconducibili a dinamiche affrontate in precedenza che per qualche motivo si ripresentano, come per una crisi o un conflitto, bensì portano del materiale nuovo, non immediatamente chiaro.

Solo per fare dei semplici esempi, sono sogni in cui può comparire il rischio di cadere nel vuoto, o di interazioni con figure evanescenti, associate ad ambienti rarefatti, freddi, nebbiosi o anche astratti e molto rischiosi come mura altissime, nuvole su cui il paziente si trova sentendosi in pericolo, raffigurazioni statiche, granitiche, assenti delle persone significative e molto altro.

L’affetto spesso associato a queste immagini è molto potente poiché angosciante, terrifico se non spaventoso e, ripeto, difficilmente osservato in precedenza o comunque risolto da molto tempo con l’interpretazione dei sogni iniziali della Psicoterapia.

Questi sogni rispondono alle riflessioni e alle provocazioni inconsce di ricerca attivate durante quelle sedute di miglioramento ma anche di stallo, della sensazione che manca qualcosa, come accennavo, e portano l’ultimo contenuto da elaborare proprio perché il più antico e il più pericoloso.

Spesso interpretare questi contenuti provoca frustrazione nel paziente che credeva di essere arrivato quasi al termine della Psicoterapia e come tale è comprensibile e va accolta.

In pochi casi mi è capitato di interrompere il lavoro perché sentivo che nel qui e ora della relazione era troppo chiedere ancora al paziente di portare avanti l’interpretazione di queste dinamiche per terminare la Psicoterapia.

I pazienti di cui parlo stavano comunque molto bene, avevano necessità e comprensibile voglia di camminare con le loro gambe ora che le avevano ritrovare piene e funzionali pertanto ho sentito che corrispondeva maggiormente al valore della relazione e della persona il lasciar andare piuttosto che trattenere, con la consapevolezza condivisa che c’era un nucleo ancora da risolvere del tutto e che, se fosse stato necessario, avremmo potuto affrontarlo in un momento successivo.

Anche in questi passaggi è sempre importante rimanere connessi con la relazione e pertanto con la specifica persona e sintetizzando le effettive necessità di quel momento, compresa l’apparente frustrazione per lo psicoterapeuta di lasciare qualcosa in sospeso: in un processo di cura comunque lungo e intenso che si associa a una storia complessa, è necessario riconoscere quando è ora di far andare il paziente, anche se il lavoro non è del tutto terminato.

La porta in questi casi va lasciata aperta piuttosto che insistere nel proseguire il lavoro su dinamiche che compaiono in fasi di benessere e miglioramento generale della qualità di vita: azione che può essere più svalutante del riconoscere il qui e ora rispetto a rimandare la possibilità/eventuale necessità di chiudere il processo di integrazione in un secondo momento.

 

1Gaddini, E. (1984) l’attività presimbolica della mente infantile. In: Scritti (1953-1985). Raffaello Cortina Editore, Milano, 1989, pp.618-632.

 

Michele Battuello



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