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La Cultura Psicoterapeutica

Il mio incontro-scontro con il mondo che ruota intorno alla psicoterapia, che chiamerò per comodità la Cultura Psicoterapeutica, ha determinato la necessità di descrivere e comprendere cosa accade ai colleghi quando si confrontano insieme sulla materia.

Premetto che il discorso che segue è strettamente correlato a delle riflessioni in merito a caratteristiche che ho evidenziato su com’è costruita una Cultura specifica in cui le persone si riconoscono come gruppo, facendo emergere tratti distintivi non per forza riconducibili alle singole personalità, come accade spesso nelle dinamiche dei gruppi.

Pertanto ogni riferimento è generalizzato a un mondo ma non ai movimenti dei singoli che possono essere molto diversi rispetto alla condizione di aggregazione.
Precisato questo, uno dei compiti e obiettivi della figura dello psicoterapeuta è il permettersi una sana contaminazione con le diverse realtà culturali e sociali delle persone e nell’insieme di tali realtà è incluso il contesto professionale in cui in teoria ci muoviamo e con cui ci confrontiamo.

Ho incontrato l’enorme mole di menti razionali che nero su bianco ha tentato di spiegare l’uomo traendo spunto e dando continuità alla ricerca filosofica antecedente alla psicologia e che utilizza ancora oggi questo modello di riferimento per la scrittura in materia.
Ho anche preso atto dello sviluppo di un ampio gruppo di pensatori che ha voluto rifiutare quel mondo considerato eccessivamente elitario e complesso, optando per la semplificazione ma questa si è trasformata in una descrizione dell’uomo concreta, cosciente e strettamente legata al comportamento manifesto che ha posto dei nessi causa-effetto come ponte tra gli agiti e i vissuti.

Quello che voglio descrivere in merito all’argomento non è il contenuto e la storia di tali opposti ma la necessità di riflettere sul significato di queste contrapposizioni.

La visione che mi arriva dalla Cultura Psicoterapeutica è di un grande sistema che ha necessità di pensare e scrivere per dare forma a se stesso come se altrimenti svanisse nel nulla.

Da un certo punto di vista è comprensibile poiché la materia di cui si argomenta è il rapporto tra esseri umani che nella sua essenza è un’esperienza solo in parte conoscibile sul piano strettamente cognitivo poiché le sue manifestazioni coscienti rappresentano un aspetto minore della relazione stessa.

La psicologia ha delle basi culturali storiche molto vicine alla filosofia che per decenni si sono poggiate su una simile modalità di visione dell’essere umano: ha iniziato a osservare la persona, il malato, il paziente e a dedurre dai sintomi, dalle narrazioni, dai sogni, pensieri e idee per comprendere come siamo fatti e come ci muoviamo nel nostro essere nel mondo.
La ricerca replicava una situazione da molto tempo in atto: il compito di pensare, capire e razionalizzare, tranne poche eccezioni, era assegnato all’uomo inteso come genere maschile.

La psicologia era agli esordi contaminata anche dalla medicina e pertanto il focus era puntato sull’osservazione della psicopatologia e la psichiatria iniziava un processo rivoluzionario con la ricerca della natura del disagio mentale per pensare la cura.
La metodologia originaria che consisteva nel sovrapporre il trattamento dei problemi psicologici a quello delle patologie organiche, si applica ancora oggi in molti ambiti della salute mentale.
La categorizzazione per assegnare un nome a una serie di caratteristiche comuni, raggruppandole, è tuttora in corso: alla persona con precisi segni e sintomi è attribuibile una specifica patologia che comprende un trattamento ad hoc, di solito farmacologico ed eventualmente psicoterapeutico.

Ma laddove il batterio, il virus o l’agente patogeno hanno bisogno di un farmaco che contrasti il loro sviluppo e riproduzione nell’organismo, quando è invece la relazione l’agente esterno che ha fatto ammalare, il farmaco non può risolvere la situazione relazionale patogenetica, ma soltanto agire sul sintomo.
La terapia sintomatica è palliativa e non curativa, necessaria e importante in alcune situazioni, ma è la relazione l’unica strada che porta alla cura.
Mentre la psichiatria seguiva il suo percorso organicista, la psicologia faceva dei passi da gigante, interessandosi prevalentemente alla relazione e dando inizio alla cura della relazione ma dovendosi purtroppo scontrare con la forza e il potere del mondo medico che rifiutava tutto quanto non seguisse un nesso di causa-effetto.

È una mia personale sensazione ma credo veramente che negli anni la psicologia sia stata sfiancata da questa massa enorme di opposizione, derisione e scetticismo che incontrava nel suo percorso tantoché la reazione di antagonismo ancora esistente tra i due mondi oggi ne è chiara riprova.
Purtroppo per non soccombere, la psicologia ha dovuto intraprendere dei percorsi di distanziamento dall’approccio medico-organicista, che sembrano essere in alcuni aspetti solo apparenti.
Tra le varie manifestazioni di autonomia e indipendenza tra le discipline infatti, si rivendica in alcuni orientamenti psicoterapeutici la dicitura cliente invece di paziente, quasi fosse un importante traguardo raggiunto.
Alla base di sicuro c’è una volontà, anche apprezzabile, di togliere alla persona l’etichetta del malato, nel senso dispregiativo e stigmatizzante che conosciamo ma in realtà il vero scopo è differenziare il lavoro psicologico da quello medico come se la vera stigmatizzazione fosse la sovrapposizione di ruoli con il medico. In quest’ottica però il cliente è una figura non definita, per eccellenza chi entra in un negozio per fare acquisti, ma si ritiene meno svalutante considerarlo tale piuttosto che chiamarlo paziente.

È un processo stupefacente e incredibile se si pensa che l’obiettivo è avere a che fare con le persone per toglierle dalla loro confusione, proponendogliene un’altra, il paziente camuffato da cliente.
Credo che se parliamo realmente di Psicoterapia non possiamo riferirci al paziente con un termine e un’immagine a esso correlata, il cliente per l’appunto, così indefinita e ambivalente perché nega il processo alla base della Psicoterapia stessa che dovrebbe essere un reale processo di cura.
Il nome paziente non è quindi un’etichetta stigmatizzante ma anzi all’opposto un preciso riconoscimento di possibilità di cura che diamo alla persona in difficoltà.

Dall’altro lato, intendo quello psichiatrico, le cose non vanno tanto meglio.
La subordinazione dello psicoterapeuta è sempre in atto, anzi laddove il medico suggerisce un lavoro psicoterapeutico ci troviamo già in una situazione avanti rispetto a scuole di pensiero che non lo reputano necessario, utile o valido.
Il trattamento psichiatrico però contempla l’acquisizione di consapevolezza da parte della persona di avere una malattia come stato intrinseco di sé, rinforzato da situazioni avverse esterne, la cosiddetta eziologia multifattoriale e pertanto affrontabile tramite farmaci ed eventualmente con un percorso sinergico di sostegno e gestione delle problematicità ma senza un messaggio di possibilità di guarigione.
La psicopatologia si trasforma in disabilità essendo non-curabile.

Il cliente diventa pertanto la maschera del paziente irrisolvibile: in questi casi esce dallo studio dello psichiatra come paziente, entra nella stanza della Psicoterapia diventando cliente ma di base si ritrova imbrigliato nella negazione della cura.
La Psicoterapia non dovrebbe avere nulla a che fare con un’impostazione di pensiero così fondata.
D’altronde, le critiche più feroci provenienti dalla medicina e dalla ricerca scientifica in generale, sono sempre state focalizzate sull’impossibilità di dimostrare con l’evidenza la validità della psicoterapia.
La Cultura Psicoterapeutica per non soccombere si è dovuta avvolgere a spirale in un processo di accettazione della diagnosi categoriale e di standardizzazione del modello di trattamento uniformandolo a protocolli di intervento.
In altri casi gli orientamenti psicoterapeutici che non utilizzano protocolli con il paziente, provano a individuare variabili di elaborazione dei dati uscenti dal percorso, che possano essere standardizzate e utilizzate con significatività statistica per dare una risposta di evidenza, riconoscibile dal metodo scientifico.
Il paziente entra quindi in un protocollo o di lavoro o indirettamente in algoritmi nel tentativo della Cultura Psicoterapeutica di dare risposte scientifiche con un linguaggio che non gli si addice.

Entrambe le discipline, medicina e psicologia, escono forse un po’ sconfitte dai faticosi tentativi di dimostrare oggettivamente quale e cosa funziona meglio ma chi paga le conseguenze di questo processo sono i pazienti che dovrebbero avere una risposta chiara sulle loro possibilità di cura.
In questo deterioramento sono purtroppo i numeri a parlare, statisticamente infatti è diffuso un incremento dei disturbi mentali a livello globale, dai più seri ai più comuni.
La gente continua a stare male e sarà importante capire nell’immediato futuro se e quanto effettivamente tutto questo sia legato a una società più propensa a generare psicopatologia per un suo malfunzionamento intrinseco o se siamo responsabili in parte noi professionisti del campo, clinici e ricercatori.
Io credo ci sia una concatenazione tra le due possibilità e posso occuparmi di riflettere con più chiarezza su quanto concerne la professione sia perché mi appartiene ma anche perché sono convinto, come ripeterò spesso che partire da un rinnovamento del pensiero sulla psicoterapia sia un punto di partenza più possibile e concreto piuttosto che l’attesa del cambiamento della società attuale.
La psicoterapia, spostando il punto di osservazione dall’uomo alla relazione e, scoprendone le caratteristiche intrinseche specificamente correlate agli esseri umani in generale ed estrinseche legate alle singole situazioni, individui e contesti, dovrebbe usare la relazione come strumento di cura.

Dietro il setting invece molte volte si erige la grande ombra del proporre un pensiero complesso per rendere tangibile il significato dell’esistenza.
Così lo psicoterapeuta si arrocca fin dalla sua formazione all’interno di un sistema che spesso traccia un sentiero teorico di riferimento.
Il modello della ragione esiste ancora all’interno della Cultura Psicoterapeutica dei giorni nostri: pensare, concettualizzare e poi scrivere sono necessità vigenti per il bisogno di gestione del potere proprio di questa Cultura, che però, paradossalmente, all’interno del setting propone al paziente di abbandonare il controllo della ragione sulle emozioni per potersi concedere invece la parte più vera e genuina di sé con l’obiettivo di trovare una soluzione al dolore e alla difficoltà.
La teoria rappresenta a quel punto non la sintesi di come sia percepito l’essere umano dentro la relazione psicoterapeutica secondo un filone storico di esperienze ma di come è pensato l’uomo stesso a priori fino a rappresentare in alcuni casi un protocollo cui attingere la tecnica o una vera e propria legge da applicare alla seduta.

Dove oggi si sostiene a voce alta e unanime che non esiste il dualismo mente corpo, dicotomia se non scissione sull’essere umano che finalmente vorrebbe e dovrebbe essere superata, si mantiene invece il dualismo ancora più potente e distruttivo di maschile e femminile come sinonimo di mente e affetti come la stessa Cultura Psicoterapeutica ci mostra.
La manodopera, l’attività clinica, è affidata a un numero elevato di donne, mentre il potere e la concettualizzazione a quei pochi uomini che intraprendono la professione della cura della mente.
Le donne psicologhe, psicoterapeute e psichiatre sono tantissime e sono tutte sul campo, a contatto con le persone quindi con gli affetti, le emozioni, i drammi e le difficoltà ma di questo numero poche sono autrici di libri, professioniste famose e mediaticamente interpellate, direttrici di Scuole di Specializzazione o responsabili di reparti, istituzioni, centri.

Chiaramente ci sono molte eccezioni una delle quali cui tengo particolarmente: sono fiero di essere Docente di Conduzione di Gruppo all’interno dell’IIRIS di Roma, di cui il Direttore e gran parte del corpo organizzativo e docente è di genere femminile con un’impostazione di base che fa tenacemente riferimento alla vera importanza di genere con i fatti e poi con le parole e non il contrario.
Tolti i singoli casi, dicevo, questi ruoli sono in maniera statisticamente rilevante in mano agli uomini che come sappiamo sono pochi in proporzione al corrispettivo femminile.
In forma altrettanto evidente la scissione si mantiene nel conflitto psicologia-psichiatria come raccontavo, per cui ancora non si è trovata un’intesa su un riconoscimento di fondo di entrambe le discipline.
I due mondi sono ancora chiusi nel bisogno di dimostrare la supremazia dell’uno sull’altro e/o la non inferiorità dell’altro sull’uno.

Queste contraddizioni sono talmente radicate all’interno della Cultura Psicoterapeutica da non essere prese in minima considerazione o poco dagli esperti del settore.
Può forse allora risultare più chiaro perché la letteratura sia così complessa, spesso farraginosa o non sempre pienamente comprensibile: perché a monte c’è una ricerca della supremazia e del riscatto di un mondo che o si è sentito di poca rilevanza all’interno della ricerca scientifica o al suo stesso interno vive dei conflitti di affermazione di metodo.
Questo non toglie che esistano numerosi studiosi genuinamente interessati alla ricerca e alla conoscenza in ambito psicoterapeutico ma, se non aderiscono a precise convenzioni culturali, rimangono delle gocce in mezzo all’oceano laddove i loro contributi possono essere importanti e innovativi.
L’avanzare della conoscenza nell’ambito della terapia della psiche è incastrata in sottogruppi di studiosi accumunati più che dalla voglia reale di proporre del materiale di discussione, di condivisione e scoperta, dal dover sostenere in maniera alla fine ridondante più metodi che, riconosciuti dalla comunità, possano regalare un senso di appartenenza a un qualcosa di concreto, reale e tangibile e forse come tale comprensibile.

Serve un oggetto visibile a cui ancorare i processi apparentemente invisibili della relazione poiché per secoli chi ha lavorato con il materiale umano è stato sottoposto a valanghe di critiche proprio per l’indimostrabilità con i mezzi oggi riconosciuti come scientificamente validi, di quello che succede nell’incontro tra due o più persone.
Parlerò in altre occasioni di riflessioni inerenti la ricerca in psicoterapia ma ora mi interessava concludere riportando il capoverso con cui ho iniziato il blog al punto 1 che anche nell’ambito della Cultura Psicoterapeutica credo sia importante: è necessario raccontare una base comune al lavoro psicoterapeutico che parta dalla consapevolezza di alcuni punti imprescindibili per tutti e che consenta di parlare finalmente un’unica lingua come possibilità di un vero riconoscimento della professione.

Michele Battuello



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