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Intervista alla Dr.ssa Serena Nardo, Specialista in Patologia Clinica, Malattie della Tiroide, Nutrizione e Patologia Metabolica


Intervista alla Dr.ssa Serena Nardo, Specialista in Patologia Clinica, Malattie della Tiroide, Nutrizione e Patologia Metabolica.

La prima domanda che ti volevo rivolgere è una descrizione del tuo lavoro perché alcune figure vengono oggi spesso confuse e fraintese come lo psicologo, lo psicoterapeuta, lo psichiatra e così via e mi sembra che anche nel tuo campo ci sia molta imprecisione.

Esattamente. Viviamo in un’epoca dove l’alimentazione, il cibo, la forma fisica sono diventati  marketing, e argomenti di intrattenimento senza legame effettivo con la salute.

Spesso vengono proposti nelle sedi più disparate prodotti e trattamenti, il più delle volte viene venduto il miraggio di una soluzione rapida e indolore.

Spesso chi lo fa non ha titoli o preparazione scientifica, altre volte i titoli invece ci sono e questo è causa di enorme confusione nel paziente.

In più, una comunicazione sempre più divulgativa, immediata e semplificata che passa attraverso i social rende tutto accessibile e apparentemente facile nella comprensione.

Si aggiunge il rumore di fondo degli innumerevoli programmi e show televisivi che parlano continuamente di cibo, esaltandone ancora di più il ruolo dominante nelle nostre vite.

E anche nell’attività di chi come me si occupa degli aspetti clinici legati all’alimentazione, ci si scontra con figure intermedie, il dietista, l’alimentarista, il coach alimentare, il personal trainer.

Il problema è che strutturare un percorso alimentare è un atto medico, che presuppone un inquadramento della situazione clinica del paziente e che deve indagare eventuali aspetti metabolici disfunzionali, tener conto della storia del paziente e della sua famiglia.

Perché, se è vero che un percorso che coinvolge il cibo deve scardinare certezze e sicurezze, attraversare piani emotivi complessi e pertanto richiede consapevolezza di sé e degli obiettivi, è anche vero che troppo spesso il paziente viene colpevolizzato per la mancanza di risultati senza approfondire e curare, là dove necessario, patologie importanti della sfera metabolica.

E in questo caso, lo sguardo medico è indispensabile, soprattutto per non perdere tempo, trascurando segnali che possono evolvere rapidamente in patologie croniche.

Il problema è che mettere il paziente di fronte ai rischi potenziali di determinate abitudini alimentari o proporre un cambiamento più ampio e duraturo che bere acqua e limone al mattino o prendere la tisana depurativa  è faticoso per il medico e per il paziente stesso.

E su questa fatica proliferano le figure intermedie e di sedicenti esperti che propongono scorciatoie talvolta anche pericolose.

 

A questo punto vorrei passare subito a chiederti che evidenze riscontri tra i tuoi pazienti della presenza di disturbi psicopatologici conclamati, quanti a tua intuizione sono non inquadrati ma comunque rilevanti e infine quanti subliminali? E con quali problematiche ti confronti maggiormente?

L’aspetto più evidente che riscontro parlando soprattutto con le donne, di qualunque fascia di età riguarda una serie di distorsioni cognitive ben precise:

colpevolizzazione; 

doverizzazione;

perfezionismo.

In alcuni casi è evidente la presenza di un disturbo d’ansia, altre volte di un atteggiamento più depressivo.

In generale non è facile l’accettazione di un disturbo conclamato e di una necessità di aiuto.

Spesso prevale il non ritenere il disagio emotivo come qualcosa di serio o tale da essere affrontato come una qualsiasi altra patologia organica.

E ciò porta di conseguenza a gestire il problema cibo, la cattiva alimentazione e l’ingrassamento non come SINTOMI di un disagio, ma come problemi  primari.

Chiaramente, il non risolvere il disagio all’origine porterà ad affrontare la dieta, il cambiamento e la relazione con il cibo in modo distorto, con probabile fallimento e frustrazione per il non raggiungimento dell’obiettivo.

 

Dei tuoi pazienti che sono seguiti dal punto di vista della salute mentale, quali interventi osservi maggiormente, farmacologici, psicoterapeutici e/o combinati? A tua sensazione com’è l’efficacia di tali trattamenti?

Posso constatare un grande uso dell’intervento farmacologico.

Spesso le terapie vengono impostate non solo dallo specialista ma anche dal medico di base.  Ciò purtroppo il più delle volte in assenza di un inquadramento più ampio del paziente e della sua situazione psico-emotiva, ma per tamponare un problema in emergenza.

Ma a volte anche dove vi sia un inquadramento specialistico, sussiste la dicotomia tra trattamento farmacologico e psicoterapeutico.

I pazienti sembrano cioè dividersi tra quelli trattati farmacologicamente ma senza un supporto psicoterapeutico e quelli invece trattati ma anche seguiti con una terapia individuale.

Questi ultimi rappresentano però una minoranza.

E’ la minoranza però realmente consapevole del problema, del percorso e delle difficoltà.

Ed è la minoranza più collaborativa sul piano del cambiamento necessario in un percorso nutrizionale fisiologico.

 

La comunicazione e l’integrazione tra diverse o simili figure professionali, come nei nostri rispettivi campi di intervento, è senza dubbio necessaria per il benessere del paziente ma sembra che lavoriamo sempre più a camere stagne, ognuno nel suo privato. Hai anche tu questa percezione e in caso a che cosa la attribuiresti?

Purtroppo ancora sussiste in molti la convinzione che corpo e mente non siano un unicum.

O quanto meno che non sia così importante prendersi cura del benessere psichico oltre che di quello fisico.

Il disagio psichico è ancora letto dalle persone con sospetto e con un’accezione critica, come un qualcosa di fastidioso da allontanare, ma non come una reale urgenza su cui lavorare.

Questo crea nel paziente, angosciato dalle necessità performative dei nostri tempi, vergogna e ritrosia nel chiedere aiuto.

Ma genera anche nella figura medica (non specialistica) incapacità e timore nel proporre al paziente di indagare se dietro a determinate situazioni cliniche non ci sia un problema psico-emotivo.

Il mio campo di lavoro è un allenamento intensivo in questo senso.

Negli anni si impara a leggere tra le righe e a captare nei racconti del paziente, nelle lacrime frequenti,  solitudine, disperazione e mancanza di appigli interiori.

Ma dopo quasi vent’anni la difficoltà c’è sempre, il dubbio, il chiedersi se il paziente si renda conto delle proprie difficoltà e ti stia mettendo alla prova oppure se stia mascherando inconsapevolmente un disturbo emotivo attraverso la volontà di perdere qualche chilo o di imparare a mangiare meglio.

E va fatto un enorme sforzo empatico e di attenzione ai dettagli per comprendere i messaggi che il paziente ti invia,  captarli e riuscire ad aiutarlo davvero, inviandolo ad uno specialista, non lasciando inascoltato il suo bisogno di aiuto.

Costruirsi una rete di figure specialistiche che lavorino nella stessa direzione è fondamentale, perché quando si individua una problematica emotiva nel paziente è determinante la rapidità dell’intervento, il cogliere la richiesta di aiuto.

 

In un mondo contemporaneo in cui le problematiche cliniche che affrontiamo, nutrizionali e psicologiche, sono molto intercettate dalla comunicazione mediatica e dall’interesse collettivo, quali credi che siano i principali fraintendimenti, i messaggi fuorvianti, spesso erronei e quali invece le risorse e i vantaggi di tale diffusione comunicativa rispetto alla tua attività?

La comunicazione rapida, massiva, l’apparente risposta ad ogni domanda celano in realtà una grande confusione di fondo.

Le domande del paziente sono sempre le stesse nonostante l’imponente messe di risposte: cosa devo fare e come.

Il principale fraintendimento è legato alla eccessiva semplificazione dei problemi proposta dalla comunicazione di massa, per cui il problema viene analizzato quasi attraverso un algoritmo di soluzioni.

Un esempio sono i classici post che compaiono sui social come Instagram : 

“Non riesci a dimagrire? E’ perché non ti alleni abbastanza, non dormi abbastanza, non ti poni gli obiettivi giusti”.

Al problema vengono date soluzioni schematiche e apparentemente semplici, ma queste non sono le soluzioni, 

La soluzione è capire perché non hai voglia di allenarti, perché non dormi, perché non hai a cuore te stesso tanto da porti gli obiettivi giusti. 

Il piano consapevole legge il post e lo approva, il piano inconsapevole percepisce la frustrazione nel non riuscire a mettere in pratica qualcosa di cosi apparentemente ovvio.

Il rischio è che il paziente rimanga solo, senza risposte, senza soluzioni e molto frustrato e arrabbiato con sé stesso.

Al contrario, “l’effetto guru” è sempre dietro l’angolo: personaggi non ben identificati, nebulosi per preparazione e titoli, propongono metodi, filosofie, prodotti che regalano il sogno; tutto e subito, senza fatica e senza dolore.

Ciò accarezza l’ego malconcio del paziente e fa intravedere la soluzione che nessuno ti vuole proporre e che finalmente ripaga dopo anni di regole, di duri regimi senza successo.

E porta il paziente ad appoggiarsi alla dieta del momento, a comprare il prodotto del momento aumentando il senso di deresponsabilizzazione, delegando a qualcosa o qualcuno il carico del cambiamento.

 

Ti ho chiesto di partecipare a questa intervista perché sono a conoscenza, da collega, del tempo che dedichi a capire la storia, le abitudini non solo alimentari ma di vita dei tuoi pazienti, proprio per questo ti chiedo di descrivere l’importanza e la necessità di guardare l’insieme prima del dettaglio, cosa che un po’ in tutti i campi sembra essere sostituita dalla rilevanza e dall’analisi dettagliata del particolare. 

Quando abbiamo deciso di studiare medicina forse siamo stati catturati dall’aspetto biologico dell’essere umano, dalla fisiologia, dal riuscire a capire il funzionamento del corpo umano.

Abbiamo studiato un organo per volta e ne abbiamo imparato ogni singola patologia.

E’ chiaro che tutti non possono occuparsi con la stessa completezza di tutto.

Ma negli anni ci si rende conto di quanto è in realtà più efficace non smontare i pezzi ma soffermarci sullo sguardo d’insieme.

Ci vuole più tempo, più volontà, più pazienza, ma è proprio lo sguardo d’insieme che ti rimanda alla soluzione del problema.

 E il problema è il paziente lì davanti a te e ha le paure di tutti: di non farcela, di ammalarsi, di provare dolore, di morire, di non essere amato, di non valere abbastanza. 

 E noi in quanto medici abbiamo scelto di farci carico delle sue paure.

Nel mio mondo ideale io lavoro in una stanza con il paziente davanti e accanto a me uno psicoterapeuta che arrivi dove io non posso.

E se non riuscirò ad averlo nella stanza, l’importante sarà sapere di avere le figure di riferimento giuste su cui contare e sui cui costruire quell’unicum di corpo e mente così urgente e così necessario.

 

Maggiori informazioni sul lavoro e l’esperienza della Dr.ssa Serena Nardo su serenanardo.it

Michele Battuello



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