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Il vuoto non si riempie, si trasforma


Il non potersi identificare del bambino in un rapporto coincide con un’esperienza precoce di perdita nel vuoto, durante i primi mesi di vita, quando l’altro, l’adulto, non è ancora distinguibile da sé, pertanto come descritto diffusamente http://www.mbpsicoterapia.it/dinamiche-fusionali-e-di-identificazione-in-psicoterapia/ , il non esserci del genitore è percepito come non esserci di me, sparizione e morte.

Il bambino rimane comunque, nella maggior parte dei casi, legato alla possibilità di vita poiché l’assenza non è continua ma puntiforme, l’investimento affettivo che trova delle risposte nell’adulto è utilizzato per sopravvivere, pur distogliendo bruscamente il neonato dal lasciarsi andare al mondo irrazionale che ancora lo avvolge e lo caratterizza per molti mesi, fondamentale per lo sviluppo psicofisico.

Quando la maturazione nervosa permette la distinzione dell’altro, allora il bambino si identifica potentemente con il genitore perché trova la salvezza non potendo riconoscere che è il genitore stesso ad aver generato e in parte continua a proporre, un rapporto scarsamente affettivo o talvolta del tutto anaffettivo.

In questi casi la dinamica è qualcosa oltre l’identificazione bensì è necessità di fusione con l’altro, il vivere la relazione come totalizzante perché salvifica dal rischio di vuoto sperimentato precocemente come vuoto e perdita di sé http://www.mbpsicoterapia.it/ancora-sulle-dinamiche-fusionali-in-psicoterapia/ .

Le immagini conseguenti a tali esperienze angoscianti nei sogni dell’adulto in Psicoterapia sono di frammentazione, di dispersione nel cosmo senza confini, di caduta in crepacci ghiacciati e senza fondo e molte altre che hanno la caratteristica comune di non presentare possibilità di appiglio e pertanto associate ad angoscia, paura soffocante o morte.

Queste immagini corrispondono a esperienze coscienti di panico, terrore, paura della morte senza apparentemente origine, non riconducibili a un evento a una situazione contingente che possa anche vagamente spiegare l’onda di terrore che sopraggiunge.

Le uniche esperienze che spesso i pazienti raccontano associate con chiarezza al senso di morte e all’angoscia, sono le separazioni dai rapporti importanti, genitori, partner o figli nella maggioranza dei casi o addirittura anche solo il pensiero che una relazione possa finire.

La duplice possibilità, panico senza oggetto e/o dovuto alla separazione da rapporti significativi o alla sua idea, coincide con il vissuto storico di perdita di sé precoce e con il bisogno insostituibile di fondersi con il genitore in un tutt’uno imprescindibile.

In Psicoterapia si ritrova la fiducia, in un’alternanza di consapevolezze e potenti resistenze, di poter pensare inconsciamente quel vuoto come affrontabile e trasformare il non rapporto dei primi mesi di vita, in rapporto, l’alleanza psicoterapeutica, così che il paziente non sia più obbligato con i suoi meccanismi di difesa a riempire il suo mondo con i rapporti per evitare di contattare se stesso come morte ma ritrovi una sua identità vitale per vivere la relazione con il mondo esterno come spontaneo investimento affettivo.

Il vuoto andrebbe riempito se, e solo se, fosse innato e costituzionale nel bambino/essere umano, la tara originaria, che non è pensabile poiché ogni vissuto è legato a un rapporto e non può auto generarsi congenitamente.

Molta parte della Cultura Psicoterapeutica e della Psichiatria Organicista sostiene il contrario quando non riesce a individuare un trauma evidente che possa spiegare l’angoscia e l’enorme senso di perdita che alcuni pazienti vivono e che cercano, come scopo esistenziale, di evitare sempre finché non trovano la risposta nella relazione psicoterapeutica.

Il trauma non è necessariamente associabile a esperienze evidenti perché è dovuto a momenti non sempre numerosi e prolungati ma non per questo meno gravi, di perdita di presenza affettiva del genitore con il bambino in periodi in cui le senso percezioni non sono ancora interpretate da un pensiero cosciente che si sviluppa dopo il primo anno di vita per cui il non esserci è come fosse morte lasciando una traccia inconscia potente.

L’esperienza trasformativa dovuta all’alleanza psicoterapeutica, che intuisce e riconosce l’altro essere umano, il paziente, nella sua identità originaria della nascita, permette di ritrovare la fiducia nel rapporto che vivifica invece di mortificare e sblocca l’Io vitale del bambino rimasto vincolato ai bisogni primari e cresciuto sostanzialmente difendendosi, costruendo la psicopatologia per vivere.

Rispetto alla risposta nella relazione psicoterapeutica cosciente di cambiamento compare prima la risposta inconscia, correlata all’interpretazione dei sogni e in tempi successivi, una percezione diversa della propria identità e il miglioramento della qualità di vita.

Sono convinto che per tutti i modelli psicoterapeutici, anche quelli che non scelgono l’utilizzo del sogno e della sua interpretazione come strumento di cura, sia utile se non necessario integrare l’utilizzo del materiale inconscio onirico per riconoscere e trasformare queste esperienze precocissime che spesso rimangono molto nascoste nel rapporto psicoterapeutico se non sono colte, lasciando il paziente alla fine della Psicoterapia, sicuramente migliorato in molti aspetti clinici, ma alcune volte irrisolto sull’angoscia che ancora sente possibile, o che ancora continua a evitare.

È più efficace talvolta raccontare il cambiamento evolutivo nelle immagini oniriche che descrivere concettualmente la presenza e la risoluzione del vuoto dei primi mesi di vita e così farò in questo caso.

La paziente nel sogno è insieme al fratello, una presenza affettiva importante nel passato e nel presente e sarà l’accompagnatore di parte del sogno a rappresentazione di un’identificazione con nuclei affettivi di sé, pertanto sana.

È necessaria infatti un’identificazione qualitativamente valida, che è quella con lo psicoterapeuta, per affrontare il senso di perdita e morte legato all’angoscia del vuoto: la paziente ha trovato fiducia nell’alleanza psicoterapeutica e non ha bisogno di rappresentarsi sola nell’affrontare qualcosa o legata a immagini/rapporti fusionali e utilizza il fratello come testimonianza.

Entrambe le possibilità, o sola a tutti i costi o accompagnata con la fusione con il genitore come vincolo salvifico, in precedenti sogni, erano le uniche che emergevano, associate a dinamiche di non riconoscimento.

Le immagini erano riconducibili a meccanismi di difesa come gestione del potere e ruoli di vittima/carnefice a conferma che in questo modo la paziente aveva trovato un modo per crescere e relazionarsi con il mondo degli adulti nonostante fosse bloccata a bisogni essenziali precoci per esperienze di assenza del genitore.

Non poteva vivere il rapporto come paritario per evitare il rischio di mettere in gioco emozioni che l’avrebbero obbligata a sperimentare il dualismo amore/morte.

La paziente nel sogno, con il fratello, si trova in una terra desolata, senza confini, senza riferimenti in cui l’unica cosa presente è un capannone enorme con due ingressi.

Lo vede da fuori, non si distingue l’ingresso dall’uscita, non vuole entrarci perché ha la sensazione che può perdersi e non c’è nulla da cercare o trovare dentro.

Nella costruzione ambientale del sogno, il vuoto e il senso di smarrimento e di perdita di sé, la landa desolata, è distinta da un oggetto preciso, il prefabbricato, il rapporto con l’adulto che è esso stesso ambivalente e angosciante e soprattutto non per forza da esplorare o raggiungere.

Dove l’esperienza storica si configurava come io persa nella terra indistinguibile e senza confini, pertanto io sono la terra stessa, ora la paziente distingue tra un esterno solido e concreto in cui pensa di dover andare ma che non la convince più fino in fondo, la relazione con la madre.

Accedendo a una dinamica relazionale e non più a un aspetto costituzionale di ambivalenza e angoscia, il fratello propone, su richiesta della paziente di andarsene da altre parti, di prendere diversi autobus, tre nel sogno.

La proposta è rifiutata perché i mezzi pubblici non la convincono e la spaventano e la paziente stessa cerca di chiamare un taxi che però non riesce a trovare o contattare in alcun modo.

Questo passaggio racconta l’equivalente relazionale dell’esperienza storica di angoscia: il crescere e rapportarsi agli altri, prendere i tre autobus, ha iniziato a essere complesso ai tre anni di vita, l’età in cui inizia la relazione più distinta con il mondo esterno, l’uscita dal duale.

Allo stesso tempo la bambina cercava ancora la certezza della presenza del rapporto con l’adulto di riferimento, il taxi, il duale, ma si rendeva conto che separarsi, crescendo, era perdere la dinamica fusionale, imprescindibile.

La paziente aveva dovuto crescere comunque, costruendosi difese importanti per vivere come se potesse prendere l’autobus senza problemi ma in realtà utilizzando il mondo adulto per ricreare dinamiche fusionali ed evitare il senso di morte di ogni separazione e di ogni passaggio evolutivo.

Il rapporto psicoterapeutico ha offerto di nuovo la fiducia nel trovare un duale che invece della non risposta, assenza e angoscia, dia una risposta di intuizione e riconoscimento della realtà umana dell’altro e nel sogno, l’immagine cambia del tutto e la paziente sa di aver trovato un taxi che l’ha portata stranamente al mare.

Il non esserci del primo taxi, l’esperienza precoce di perdita del genitore, è trasformata in un esserci che porta al mare, al contatto profondo con l’identità originaria e vitale della bambina.

La paziente si ritrova sospesa su una seggiovia ferma insieme al fratello e sotto vede il mare e, anche se spaventata, è consapevole che si può lanciare da quell’altezza, raccontando così che la paura è presente ma non è angoscia senza oggetto, anzi è la consapevolezza che il lasciarsi andare al mondo irrazionale del primo anno di vita sia una realtà nuovamente affrontabile (e sarà la realtà della guarigione come tuffarsi nel proprio mare) perché c’è un rapporto che lo rende possibile.

Il sogno cambia ancora e la paziente si ritrova di fronte al capannone della prima scena e stavolta è seduta con il fratello su un muretto e serenamente offre le spalle alla struttura stessa, esprimendo il disinteresse e la non paura per quell’ambiente e godendosi con il fratello una piacevole merenda.

La terza immagine del sogno conferma la trasformazione: non si elimina nulla del proprio passato né tantomeno si rimuove, se non per difesa, ma si rifiuta una dinamica di rapporto nel momento in cui la paziente ha potuto ritrovare fiducia nell’alternativa valida e corrispondente alla bambina sana della nascita, il rapporto psicoterapeutico.

In questo sogno il rifiuto della dinamica con la madre corrisponde al passaggio di sblocco evolutivo della paziente che inizia a sentirsi distinta e separata dai vissuti storici e dall’esperienza apparentemente innata e può prendere le distanze da quell’esperienza solo e soltanto se ha trovato un altro rapporto che le ha permesso di attingere di nuovo al Potenziale Umano di ogni individuo alla nascita come spontanea predisposizione all’investimento affettivo nel mondo esterno.

 

Michele Battuello



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