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E il naufragar m’è dolce in questo mare


L’acqua e lo stare dentro l’acqua sono un elemento e una sensazione comunemente utilizzati per descrivere l’andare a fondo, l’immergersi, il nuotare all’interno della propria identità nei sogni, compresi quelli portati dai pazienti in Psicoterapia.

Fiumi, oceani, piscine ci raccontano dell’incontro con l’acqua associandolo a stati emotivi del recente e del lontano passato e/o del presente.

Il mare è una rappresentazione che abbiamo “a portata di mano” per motivi geografici, storici e culturali ed è per questo intuitivo che sia riscontrabile in numerose immagini che parlano di Sé.

L’aspetto evocativo di luoghi, spazi e ambientazioni oniriche che ricorrono con frequenza non deve confondere lo psicoterapeuta che si interessa di interpretazione dei sogni, fuorviando romanticamente la potenza e il significato delle stesse immagini.

È uno dei grossi fraintendimenti, per superficialità di osservazione, che ha comportato e comporta tuttora, in molti casi, la parziale perdita di efficacia e pertanto di credibilità delle Psicoterapie incentrate, anche, sul contenuto dei sogni e la loro interpretazione.

Il linguaggio verbale ha una rilevante centralità nella comunicazione perché permette di narrare esperienze, spazi e tempi che hanno avuto un determinato impatto emotivo sulla persona e che trovano nella parola un’immediata e diretta condivisione con l’altro, integrata con l’espressività del corpo che esprime in forma più ampia la parola, in quello che chiamiamo linguaggio non verbale.

Il punto di partenza è una sensazione (stimolo) esterna o interna che attiva un’immagine che a sua volta genera un pensiero che comunichiamo all’esterno o a noi stessi.

Il passaggio dentro (immagine/pensiero che fa capo a un vissuto) fuori (linguaggio verbale/non verbale che permette la comunicazione) mostra da una parte la specializzazione evolutiva dell’essere umano che ha sviluppato una forma potentissima di incontro e relazione con il mondo (gli altri esseri umani) e dall’altra quanto ancora questa capacità sia limitata rispetto alla forza emotiva con cui viviamo le esperienze.

Potrei anche descrivere questo passaggio come la parziale completezza della comunicazione cosciente rispetto alla pienezza di quella inconscia.

Definisco parziali i messaggi che inviamo da svegli (coscienza) perché il contenuto scelto, deciso, voluto (la parola) si unisce all’espressione involontaria e spesso inconsapevole, per questo considerabile inconscia, delle emozioni sottese (il corpo che esprime la parola).

All’interno del sogno invece è possibile ritrovare una comunicazione diretta e non filtrata dalla mente lucida che si condensa potentemente in un’immagine o una serie di immagini che nella ricchezza di sfumature, riescono a esprimere con estrema facilità e sintesi ciò che poi il linguaggio verbale e non verbale comunicheranno con meno chiarezza.

Di questa inevitabile perdita emotivo/espressiva mi accorgo nel passaggio tra il cogliere il contenuto del sogno del paziente e la verbalizzazione del contenuto stesso per cui, al di là del lessico più o meno ricco di termini, sinonimi e analogie sento una forte limitazione nel rendere viva e vitale quell’immagine onirica.

Si ha infatti la duplice esperienza da una parte che il linguaggio articolato non sia sufficiente a restituire l’interpretazione del sogno e, insieme, che il tempo utilizzato per verbalizzare l’interpretazione stessa, infiacchisca il contenuto che è così forte nell’immagine immediata che si forma nella mente dello psicoterapeuta.

In questo ci arricchisce e completa, parzialmente, il non verbale che restituiamo al paziente, a compensare la carenza della parola e, poiché l’efficacia della relazione psicoterapeutica si fonda sull’intuizione dell’altro il più possibile genuina e libera da condizionamenti coscienti, l’effetto è comunque di attivazione e trasformazione delle dinamiche psicopatologiche del paziente.

Il vissuto, basato sull’esperienza che ho descritto, di maggiore finitezza della comunicazione cosciente rispetto alla maggiore infinitudine del patrimonio espressivo dell’immagine, serve da corollario per la descrizione dell’importanza dell’osservazione del sogno di cui parlavo all’inizio.

Il pensare che l’emergere dell’immagine onirica sia quasi un accessorio della relazione psicoterapeutica o una strada percorribile per rompere momenti o fasi di stallo della Psicoterapia, limita molto le possibilità per chi utilizza le dinamiche inconsce nel processo di cura, perché le potrà vedere solo nella loro superficialità, come accennavo, cadendo nel troppo generico, seppur utile, contenitore dell’effetto evocativo delle immagini stesse.

Quel mare che tante volte viene utilizzato, dovrebbe invece essere colto nella connotazione che rappresenta, sinteticamente e potentemente, il vissuto, storico o attuale del paziente, descritto, per esempio, come contatto con l’acqua.

Con quanta semplicità e chiarezza, il nuotare nel mare inquinato, mostra quella continua sensazione di sentirsi sporchi e inadatti con Sé e con il mondo nei casi in cui l’immagine onirica abbia una corrispondenza diretta con il vissuto del paziente ma anche, in altri casi in cui all’opposto, la svalutazione non è così evidente nella relazione ma è invece rintracciabile in un’immagine nucleare di Sé che parte da un vissuto di “sporco”.

Il sogno nel secondo caso ci fornisce dinamiche, aspetti ed esperienze spesso non immediatamente individuabili nella relazione ma che al tempo stesso se sono comparse all’interno di un sogno comunicano che il paziente è stato in grado di entrarci in contatto ricordandole da sveglio.

Quanto è diverso il solcare l’oceano con una bella nave da crociera in un sogno che per un paziente rappresenta la possibilità di concedersi finalmente l’immagine di realizzazione mentre per un altro conferma quali pesanti, apparentemente funzionali, meccanismi di difesa ha dovuto costruire per permettersi in qualche modo di entrare in contatto con se stesso ma senza poter realmente andare a fondo della propria identità.

Quanto una tempesta porti con sé l’angoscia del passato relazionale con i genitori per cui ogni separazione era vissuta come un drammatico senso di perdita e quanto invece in un altro paziente arrivi finalmente a modificare quel mare calmo protettivo per rompere equilibri difensivi e ancora infine che impatto forte stiano ottenendo il cambiamento e la trasformazione delle dinamiche patologiche in una terza paziente che ha ugualmente sognato la tempesta come gli altri due.

Il mare e l’acqua in generale includono emozioni potenti sia in positivo che in negativo, parlano della ricerca profonda di Sé quando ci immergiamo liberamente o con una muta da sub per proteggerci dal freddo e quando rimaniamo a mezzo busto bagnati. Il mare è quello che attraversiamo in superficie per evitare il contatto con gli aspetti più inabissati o che navighiamo verso una metà più o meno desiderata.

Il mare è anche la forza della natura nel suo commovente fascino come nella sua forza distruttiva.

La terraferma e la sabbia sono a contatto con il mare come capacità di lasciarsi andare e riemergere come dinamica di svezzamento e autonomia.

Il mare è l’acqua che non possiamo raggiungere o la corrente che ci porta lontano.

È quello cristallino che vediamo dall’aereo ma è troppo lontano o quello che ci invade come la notte.

Chi ci accompagna o ci portiamo nel mare è talvolta quella relazione che ci ha poi fatto sentire che il mare è inquinato ma poi possiamo trovarci con altre persone che modificano significativamente la qualità e le condizioni dello stesso mare.

Ognuna di queste immagini, in un sogno, non è un viaggio romantico nell’esistenza ma è la nostra struggente capacità di elaborare attraverso storie visive le esperienze che ci coinvolgono dal primo istante in cui nasciamo.

Di nuovo mi accorgo di quanto la parola, in questo caso scritta, sia limitativa nel trasmettere il rapporto così profondo che esiste tra il paziente e il suo sogno e tra lo psicoterapeuta e il sogno del paziente, rapporto che, non approfondisco qui ma altrove (http://www.mbpsicoterapia.it/psicoterapia-combinata-individualegruppo-1/ ): si fonda sul riconoscimento e intuizione dell’altro e apre a una comprensione emotiva dell’immagine e pertanto della persona-paziente per permettere la guarigione e la cura con il percorso psicoterapeutico.

Il sogno è il vero punto di incontro del processo e come tale va considerato nella sua importanza e rilevanza, è quel linguaggio che se si coglie nella sua interezza, attiva lo spostamento dal piano mentale razionale del paziente (e dello psicoterapeuta) a quello realmente emotivo e relazionale del passato per poi arrivare al presente.

Mi accorgo dell’impatto del sogno del paziente anche dal tipo di memoria che mi attiva: poiché non mi annoto nulla né durante né dopo ogni seduta, è impossibile potermi ricordare i sogni dei pazienti tranne qualche frammento o immagine particolare che potrei ritrovare con la memoria cosciente pensandoci.

Durante la seduta invece, quindi solo e soltanto nel rapporto nel qui e ora, le attivazioni della relazione mi rimettono in contatto con immagini o interi sogni del paziente.

Sono rappresentazioni che hanno lasciato inconsapevolmente un segno nella mia memoria inconscia e che riemergono come risposta affettiva alla relazione permettendomi di andare avanti e indietro all’interno della Psicoterapia non solo in base ai fatti e alla cronologia del percorso ma soprattutto ai momenti emotivamente significativi che spesso sono più inconsapevoli di quelli che “teniamo a mente”.

Il Libro dei Sogni è chiaro che non esista, un manuale, come spesso ci viene chiesto dai pazienti stessi ma anche dai colleghi in formazione, da cui attingere un “modo” per capire, perché invece ogni sogno è in quel momento, in quella persona, in quella specifica relazione.

Alcune immagini come il mare di cui ho accennato, hanno una ricorrenza più frequente, come il Covid dall’inizio della pandemia, e il loro significato va intuito come ho descritto mesi fa (http://www.mbpsicoterapia.it/il-sogno-e-la-sua-interpretazione/ ), la riflessione è qui spostata sulle caratteristiche comunicative dell’immagine che è sì di fantasia, sì talvolta bizzarra o incomprensibile (in termini meramente coscienti), sì apparentemente di poca importanza per la persona-paziente che sta attraversando periodi di vita quotidiana complessi o di forte sintomatologia, ma in realtà esprime e contiene sempre significati, risposte e trasformazioni più chiare ed evidenti della narrazione cosciente.

È chiaro che tutto questo processo richiede un tempo che permetta alla coppia psicoterapeutica di sperimentare la messa in gioco per arrivare a elaborare le esperienze e le correlate dinamiche che compaiono all’inizio ma che poi aprono a vissuti più difesi e protetti e che vanno interpretati per permettere la restituzione al paziente di un’immagine di Sé/identità integra perché rappresenta l’aver concesso al rapporto l’apertura ai dolori più intimi.

L’intimità non è il privato come siamo soliti pensare ma sono gli aspetti di Sé più genuini, spontanei, vitali che, negati o scarsamente riconosciuti nelle relazioni precoci, si sono protetti a vantaggio dei meccanismi di difesa, trasformandosi non più in risorse ma al contrario in vissuti scomodi, pericolosi, deboli.

Invece la rincorsa cosciente della risoluzione del sintomo e del cambiamento del pensiero, comprensibile, condivisibile e da attuare velocemente in molti casi, porta il paziente ma soprattutto il professionista, psichiatra o psicoterapeuta “dell’azione” ad avere una risposta del tutto e subito, utile e d’effetto ma che tante, troppe volte, lascia in breve tempo la persona in balia comunque di un senso di Sé incompleto, fragile e incerto.

Michele Battuello



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