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Consapevolezza del superamento dell’identificazione nei sogni in Psicoterapia


L’identificazione con i genitori è la principale dinamica difensiva messa in atto dal bambino durante la crescita quando incontra un ambiente familiare che non è in grado di soddisfare le sue necessità relazionali.

Nella mia pratica clinica parlo di identificazione riferendomi a immagini oniriche che mostrano la continua presenza di una precisa figura per l’azione, che rappresenta e risponde ai bisogni essenziali del paziente ostacolando la fantasia e che, con il lavoro interpretativo, è sostituita con nuove figure (pertanto possibilità) che risolvono il bisogno permettendo il ritorno della fantasia che compare con immagini di autonomia e libertà di azione (http://www.mbpsicoterapia.it/separazione-dalle-dinamiche-identificatorie-e-recupero-della-vitalita-in-psicoterapia/ ).

Se il clima affettivo non è sufficientemente adeguato, la certezza della propria identità e dei rapporti con il mondo esterno, i coetanei e gli adulti, possono essere compromessi lasciando il bambino e l’adolescente di poi nel bisogno di quelle risposte rimaste in sospeso e contribuendo all’insorgere di difficoltà nel confrontarsi con se stessi e con gli altri fino all’instaurarsi della psicopatologia che incontriamo nel paziente adulto che ci chiede aiuto.

L’identificazione corrisponde a quei pensieri ed emozioni che partecipano alla struttura di una personalità che cerca negli occhi degli altri continuamente una risposta e che pertanto si fonda su un’immagine di Sé incerta a causa di esperienze e vissuti precoci che si sono fondati sull’ambivalenza o su risposte svalutative da parte degli adulti di riferimento.

Un importante effetto di questa dinamica è che il confronto con le separazioni, che costituiscono l’essenza della relazione tra gli esseri umani, determina paure e angosce importanti perché associata originariamente con la perdita del genitore da parte del bambino (http://www.mbpsicoterapia.it/autonomia-differenze-tra-il-significato-culturale-e-la-ricerca-in-psicoterapia/ ).

Per questo fin dai primi anni di vita il bambino è costretto a interiorizzare l’immagine dell’adulto per sfuggire all’angoscia che determina il sentirsi solo, trovando così una forma di auto-consolazione che però focalizza la maggior parte delle risorse affettive nell’evitare situazioni a rischio che nell’adulto comprendono stili relazionali costretti da meccanismi di difesa e che mantengono allo stesso tempo un senso di sé negativo e svalutato. (http://www.mbpsicoterapia.it/sullidentificazione/).

Durante la Psicoterapia, il paziente presenta le proprie identificazioni con le relative caratteristiche di qualità delle relazioni adulte, trova una risposta diversa nel rapporto con lo psicoterapeuta che attiva la fiducia nel cambiamento e, come obiettivo conclusivo del lavoro, riesce a separarsi dall’immagine dello psicoterapeuta stesso, affidandosi alla sua identità ritrovata, un’immagine di autonomia per la relazione con gli altri, senza dover rispondere a bisogni di riconoscimento o compensare importanti vuoti affettivi.

Il cambiamento è evidenziato dalla relazione psicoterapeutica e dai sogni, soprattutto questi ultimi, raccontano le consapevolezze acquisite o in corso di maturazione dei pazienti, con forte veridicità poiché rappresentano la traccia inconscia di un processo trasformativo di recupero di identità e senso di sé (http://www.mbpsicoterapia.it/il-sogno-e-la-sua-interpretazione/ ).

Nei sogni osservo come la progressiva consapevolezza di non potersi più identificare con l’altro, intesa come superamento del bisogno di fare riferimento a una figura interiorizzata che dia delle risposte, è espressa da tentativi di riutilizzare le vecchie immagini con conseguente fallimento dell’azione.

Il paziente che ha riconquistato uno spazio interno nuovo in cui la fantasia è finalmente libera di creare tutto a suo piacimento, talvolta inserisce la storica immagine identificatoria che ha utilizzato nella gran parte dei sogni e si percepisce che è una manovra forzata, un non fidarsi di ciò che ha ritrovato o quasi un tentativo di mettersi alla prova.

In queste fasi evolute della Psicoterapia che si focalizzano sul mantenimento della fiducia in sé stessi e sull’identità svincolata da sovrastrutture e meccanismi di difesa conseguenti a dinamiche disfunzionali, assisto a veri e propri “allenamenti” inconsci di autonomia.

La figura che proviene dal passato e che non c’entra più nulla con il presente crea un’azione di disturbo che porta alla scelta: se, per sicurezza, il paziente asseconda l’identificazione, sembra perdere la fantasia faticosamente riportata alla vita, se invece segue l’intuizione che lo mette in contatto con l’inutilità di far riferimento ancora alla vecchia immagine, si ritrova a un certo momento a lasciarla, conservando la libertà creativa del sogno.

In passato l’identificazione con una figura di riferimento era necessaria se non indispensabile per le relazioni, vincolate dalla presenza ingombrante dell’altro, storicamente la madre, come fonte di risposta, come carburante affettivo.

Con il progredire del lavoro l’eventuale ricomparsa della dinamica identificatoria è autonomamente affrontata dal paziente come una negazione che deve affrontare: il sogno propone e risolve da solo il conflitto e già questo processo elaborativo testimonia la maturità acquisita dal paziente per cui non è necessaria l’interpretazione dello psicoterapeuta.

La via di guarigione intrapresa non consiste infatti nell’avere la risposta migliore a un problema, risposta inesistente se considerata come migliore o peggiore ma più che altro racconta la possibilità della persona/paziente di avere a sua disposizione le risorse affettive per poter affrontare il conflitto, con la consapevolezza delle opzioni e non dell’unica via storicamente obbligata: gli viene restituita la libertà di scelta.

Nessuno strumento psicoterapeutico più del sogno illustra come sia riattivato nella persona quel processo spontaneo e inconscio di ogni essere umano libero da identificazioni, per cui le difficoltà e i conflitti trovano la strada della scelta e non del bisogno affettivo irrisolto che invece non ha alternative se non l’inseguimento e il possesso dell’altro per evitare il rifiuto e la perdita.

Nei sogni si ritrovano sia le rappresentazioni del proprio mondo interno sia del rapporto con il mondo esterno a distinguere la percezione dell’immagine di Sé (identità) da come poi questa identità sia investita affettivamente nelle relazioni.

Rispetto all’identità, le immagini si focalizzano, come ho descritto prima, sul rivendicare sé stessi distinti e separati dalle identificazioni, come senso di appartenenza, di riconoscimento e di dignità di essere umano non fuso necessariamente con l’altro.

Rispetto ai rapporti, sempre nei sogni, si ritrova l’altro, anch’egli come distinto e separato da Sé e pertanto non comprensibile ma intuibile, dove per intuizione si intende la maggiore libertà possibile di affetto per gli esseri umani.

La relazione è così svincolata dal bisogno di capire e comprendere, di immedesimarsi, di identificarsi per poter amare ed essere amati ma si può concentrare sul mettere il proprio sentire affettivo (l’investimento) nelle mani dell’altro come segno di fiducia e di desiderio piuttosto che di necessità.

La differenza tra rapporto come piacere e rapporto come bisogno può sembrare solo concettuale ma la fondamentale linea di confine che distingue la dinamica libera da quella identificatoria è la capacità di separazione che coinvolge di fondo il lavoro psicoterapeutico e tutte le relazioni in generale.

Siamo in grado di poterci affidare all’altro e viceversa solo nel momento in cui l’immagine individuale di identità è uno spazio interno libero, distinto e separato dai rapporti storici soprattutto da quello con i genitori: in questo modo non sarà possibile proiettare nella relazione d’amore il “bisogno di”, trasformandola nella rappresentazione cosciente dell’identificazione, poiché ad ogni atto d’amore segue un recupero del proprio confine interno tramite la separazione, uno spazio che è arricchito ogni volta di più dalla singola esperienza.

Una paziente, ad esempio, ha raccontato un sogno in cui portava la madre nella sua casa nuova, scelta e arredata da sola, e a quel punto si accorgeva che il cucciolo di cane che aveva con sé, rimaneva affamato perché riceveva la metà del cibo che voleva e di conseguenza scappava.

Questa prima immagine con apparente semplicità ma forte contenuto e vissuto emotivo sintetizza la consapevolezza acquisita di cui parlavo che non permette la riproposizione dell’immagine, usata in numerosi sogni, della madre, necessaria un tempo, ma associata sempre a spazi costretti e angoscianti e a dinamiche di distruzione e sofferenza, una volta che il Sé ha ritrovato la libertà del desiderio (la nuova casa e il cucciolo) se non a rischio di perdere il contenuto realizzato.

Il sogno successivo, ricordato a distanza di pochi giorni, e soprattutto senza che in mezzo ci fosse stata la seduta e pertanto l’interpretazione del primo sogno, si occupava del rapporto con il mondo esterno.

Nel sogno, la paziente si ritrovava in un luogo che non era casa sua, al suo fianco la madre e una figura completamente nuova, sconosciuta, un ragazzo giovane. La paziente si confrontava con un’amica in merito a delle questioni personali ma nel momento in cui era presente la madre, la paziente stessa si confondeva sulle intuizioni rispetto al contenuto della conversazione, mettendo in dubbio le proprie certezze, mentre nel momento in cui si avvicinava l’uomo sconosciuto, rivendica con forza le proprie idee.

Le immagini confermano il processo in atto anche nel sogno precedente, di possibilità della paziente di far riferimento a un nuovo senso di sé o di mantenere il passato, sostanzialmente legato al rapporto storico e precoce con la madre.

L’identificazione con la madre oggi rappresenta la perdita del proprio cucciolo e della gioia della casa nuova e dall’altra parte l’incertezza del rapporto con l’altro.

Il ragazzo sconosciuto invece rappresenta il significato del rapporto con lo psicoterapeuta, che apre alla possibilità di fiducia, in quanto risposta affettiva di riconoscimento: quella scelta portava la paziente alla sicurezza di sé.

Il sogno proseguiva con lo stesso ragazzo che si riferiva alla paziente chiedendole se era di nuovo in cinta e lei, sorpresa dall’intuizione inaspettata, confermava e raccontava che era di un padre diverso dal primo, specificando che era rimasta in cinta di un nuovo amore.

Questo passaggio ha per me un’importanza centrale perché la paziente intuisce l’atto affettivo di riconoscimento dello psicoterapeuta della nuova gravidanza non con gli occhi che vedono ma con gli occhi che sentono e aggiunge soprattutto il non casuale riferimento a una seconda gravidanza che rappresenta il primo e fondamentale riconoscimento di identità che ogni psicoterapeuta dovrebbe fare ai propri pazienti e cioè la consapevolezza che la possibilità di amare per la paziente c’è sempre stata e per un certo periodo dalla nascita in poi è stata attivata tramite un investimento importante sul mondo esterno (la prima gravidanza) anche se in seguito la risposta affettiva dei genitori l’ha portata a dover negare quelle risorse in nome dell’identificazione.

In sintesi nel sogno, l’intuizione della seconda gravidanza e conseguente al riconoscimento della prima nel rapporto psicoterapeutico come capacità a priori della paziente che è ritrovata grazie alla relazione.

Per riassumere il contenuto dei due sogni, la paziente, da sola ha maturato la distinzione tra un’immagine libera e un’immagine identificata, riconoscendo che l’affidarsi alla certezza storica comporta una negazione delle risorse ritrovate.

Allo stesso tempo, il potersi affidare a un’immagine diversa dalla madre, soprattutto nuova e sconosciuta e come tale libera, permette la fiducia nel proprio sentire e nel proprio pensare, riconsegnando alla bambina di allora –paziente di oggi, il contatto con i primi anni di vita fatti di fantasia e desiderio prima che venissero negati dallo scarso riconoscimento dei genitori.

 

Michele Battuello



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