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Ambivalenza dei miglioramenti in Psicoterapia


Le Psicoterapie che hanno come obiettivo il lavoro sull’identità della persona-paziente, rivolte a trasformare le esperienze delle relazioni primarie per affrontare e risolvere le difficoltà dell’adulto, si interfacciano con le caratteristiche di personalità, molte volte cristallizzate in schemi maladattivi che hanno lo scopo di permettere al meglio la vita, seppur con dei compromessi rilevanti per la persona sul piano clinico ed esistenziale.

L’irrigidimento della personalità che si organizza nel tempo, proviene dai primi anni di vita del bambino in cui la risposta affettiva genitoriale è stata carente, ed è strettamente correlata all’incertezza nel crescere che diventa una potenziale impossibilità nel processo di maturazione e avvicinamento all’adolescenza come ingresso nelle relazioni adulte.

Inizialmente il bambino/ragazzo, identificandosi con il genitore, trova una risposta parziale ma soprattutto apparente al suo bisogno di riconoscimento affettivo per evitare che il processo di separazione dall’adulto significativo sia angosciante e pervaso da un senso di perdita e abbandono.

Si adegua alle richieste del genitore o cerca in tutti i modi di apparire ai suoi occhi amabile, in conseguenza dell’incertezza che la relazione gli sta offrendo.

L’identità in formazione si inizia a strutturare su delle basi insicure percepite all’interno di quella vasta gamma di esperienze che nell’adulto si riscontrano nei quadri depressivi, in questo modo il rapporto d’amore è mantenuto anche se vincolato al bisogno della presenza dell’altro (dinamica di identificazione).

Non di rado questo processo di identificazione non è sufficiente perché è chiaro che il bambino è costretto a fantasticare, idealizzandolo, che il genitore sia buono mentre la realtà continua a disconfermare il forte bisogno di amore necessario per crescere (http://www.mbpsicoterapia.it/lidentificazione-strutturante/).

Il bambino è ormai un ragazzo, adolescente o pre-adolescente e avendo a disposizione più strumenti come la mente cosciente e la razionalità e un contesto esterno cui attingere, può costruire delle difese più solide per far fronte all’incertezza, che andranno a strutturare una personalità prevalente e di solito rigida sul piano comportamentale ma molto fragile sul piano emotivo relazionale.

Sono le premesse per un eventuale Disturbo di Personalità che non compare mai come prima manifestazione ma è sempre conseguenza di una dinamica di identificazione non in grado di sopperire alle inevitabili richieste del processo evolutivo di ogni essere umano.

Se per il ragazzo la separazione rapida e continua da traguardi raggiunti e nuovamente messi in crisi tipica dell’arrivo all’adolescenza, determina forte angoscia, egli si ritrova a un bivio rappresentato dall’arresto e chiusura evolutiva o dal proseguimento tramite la costruzione di una personalità difensiva.

In queste pagine non entro nel merito delle peculiari caratteristiche dei Disturbi di Personalità ma vorrei rivolgere l’attenzione sulle difficoltà che si possono incontrare in Psicoterapia nel lavoro con la personalità fortemente irrigidita.

La sintesi di quanto detto fin ora è che il ragazzo, crescendo, struttura comportamento e carattere peculiari con la finalità primaria di proteggere se stesso dall’incapacità di entrare nella vita relazionale adulta poiché ancora legato, vincolato a dei bisogni affettivi che precocemente non sono stati corrisposti, lasciandolo sospeso a un tempo precoce da cui non riesce a liberarsi per seguire la spinta evolutiva.

Le sue risorse sono convogliate nel trovare strategie relazionali che gli permettano il più possibile di fare l’adulto, senza esserlo, senza sentirsi tale, cercando di proteggere a tutti i costi il bambino che è in lui poiché indifeso e a rischio di sofferenza principalmente associata alla sovrapposizione tra dinamiche di separazione e angoscia di abbandono e perdita.

I suoi meccanismi di difesa, intrinseci alla personalità che ha strutturato, sfruttano aspetti anche positivi e validi come l’affettività, la simpatia, la fisicità e molto altro per cercare di piacere agli altri e di ottenere l’amore mancato: sono spesso tentativi molto precari poiché l’instabile identità sottostante comporta la prevalenza del dubbio, dell’insicurezza, del tradimento e del rifiuto da parte del mondo esterno.

Potersi fidare è un’attività troppo pericolosa ma lo è altrettanto mostrarsi così scoperti e nudi e allora, come dicevo, le relazioni si costruiscono in forma precaria e altrettanto superficiale, anche se spesso sostenute da una rappresentazione efficace, apparentemente.

Spesso in Psicoterapia si incontrano persone sofferenti ma con aspetti altamente funzionali sul piano sociale e personale, che riescono a costruire una buona alleanza psicoterapeutica e che portano avanti un percorso di cambiamento e trasformazione anche rilevante per certi aspetti.

Tranne i casi in cui la personalità si poggia completamente su un falso Sé, riconoscibile dalla debole consistenza dell’affettività espressa e condivisa nella relazione psicoterapeutica, il processo sembra procedere con buoni risultati, si intuisce un vissuto diverso percepibile da una qualità nuova dello stare insieme, del pensiero, dei sogni e soprattutto dall’alleviarsi dei sintomi.

Sono risultati che osservo nei primi mesi di Psicoterapia, di cui non posso ritenermi che contento perché portano una migliore qualità di vita del paziente ma non di rado mi accorgo che sono la rappresentazione dell’alleanza psicoterapeutica con i meccanismi di difesa, con la parte irrigidita e forzatamente funzionante della personalità.

La persona sta offrendo alla relazione degli aspetti e delle qualità importanti ma all’interno del recinto di ciò che è emotivamente contattabile per lui o per lei, quelle risorse che sono state messe a disposizione per stare nella società a condizione che gli aspetti veri, spontanei e genuini di Sé, rimangano protetti, esclusi dal rischio di emergere.

È una concessione ancora impensabile e sicuramente rimane tale finché non è verbalizzata in Psicoterapia.

Le espressioni di un processo di difesa ancora saldo e strutturato sono svariate, dall’intuizione che nonostante i miglioramenti, è come se mancassero dei tasselli irrisolti, al mantenersi di sintomi anche se subliminali, fino a un malessere rilevante nonostante molti cambiamenti messi in atto.

In termini di contenuti dei sogni emergono ancora immagini di identificazione con figure di riferimento, di importanti dinamiche di controllo o la presenza di vuoti e dimensioni anaffettive.

L’interpretazione di tali immagini e la restituzione delle intuizioni in merito alla presenza di un Sé ancora vincolato alle difese è l’unico modo per permettere al paziente e alla relazione psicoterapeutica di intraprendere un passaggio elaborativo e trasformativo così importante.

È stato necessario riconoscere e allearsi con tali difese per iniziare e procedere con la Psicoterapia per il primo periodo perché così si sono costruite delle basi di fiducia profonda, si è dato ossigeno al bambino protetto, dando valore e significato all’importanza non solo difensiva ma anche affettiva della personalità strutturata e irrigidita.

Un varco si è aperto ed è quello che permette il passaggio più difficile nel sentiero dell’esistenza della persona e cioè di poter raggiungere il nucleo centrale originario, sopravvissuto al senso di perdita, abbandono se non distruzione, solo grazie alla costruzione di un’impalcatura enorme.

Sono fasi in Psicoterapia, che variano dalla forte crisi allo stallo, nel tentativo impressionante di trovare un modo per ricostruire quelle barricate che invece ora sembrano non più possibili, lasciando per settimane angoscia, precarietà, paura molto potenti ma che finalmente sono legate alla possibilità irreversibile di ritrovare un’identità capace di andare avanti senza strategie alternative rispetto all’essere se stessi.

L’intuizione e il riconoscimento da parte dello Psicoterapeuta dell’alleanza con le difese e il conseguente utilizzo di questa nella relazione con il paziente permettono la crisi, evolutiva, altrimenti la personalità si continuerebbe a mantenere agganciata alle sovrastrutture pur se con effettivi miglioramenti sul piano della qualità di vita e la Psicoterapia potrebbe avviarsi verso la conclusione.

Molte volte i pazienti raccontano di precedenti esperienze psicoterapeutiche in cui avevano ottenuto dei miglioramenti anche importanti ma poi avevano la sensazione che non si andasse più avanti, che non ci fosse più niente da dirsi e allora hanno lasciato il percorso, oppure che la Psicoterapia era finita con accordo da parte di entrambi: sono persone che in seguito hanno avuto ancora necessità di aiuto.

Loro stesse avevano sentore che ci fosse qualcosa di irrisolto che non fosse tutto chiaro, alcuni avevano vergogna nel credere che magari non erano stati completamente sinceri in Psicoterapia.

In molti di questi casi mi sono accorto che avevano lavorato principalmente sulla scorza rendendo più gestibili e adattive le dinamiche di protezione, rinforzando con ulteriori impalcature un’identità invece che nel suo nucleo rimaneva piccola e spaventata.

La Psicoterapia allora costruisce una difesa sulla difesa ed è facile riscontrare l’evidenza di queste dinamiche nella forte idealizzazione che i pazienti acquisiscono del lavoro fatto: utilizzano il concetto per rassicurarsi sull’efficacia della relazione.

Quello che portano nei loro rapporti personali sono le cose che hanno capito in Psicoterapia e meno il loro vissuto: molto è permeato da “il mio Psicoterapeuta mi ha detto”, oppure, proiettando sugli altri “tu mi stai negando l’identità” o “con me gestisci dinamiche anaffettive” e così via.

La necessità di una consapevolezza razionale del viversi le emozioni per continuare invece a controllare esperienze non ancora approcciabili rendono la Psicoterapia dottrina se non dogma.

Sono pazienti maggiormente in contatto con se stessi e il mondo circostante, sono contenti del lavoro fatto insieme ed esprimono emozioni che si sentono genuine ma sono riconoscibili note di incertezza, si osserva per esempio la ricerca di una risposta di conferma negli occhi dello Psicoterapeuta o nelle sue risposte, e ancora di più i sogni confermano che il Sé si appoggia ancora su importanti identificazioni.

Possono sembrare dettagli non così rilevanti mentre sono una traccia da seguire perché ci portano a poter aiutare il paziente a uscire dalle sue paure più profonde.

Anche se la Psicoterapia si prolunga più di quanto psicoterapeuta e paziente si aspettavano, anche se i miglioramenti ci gratificano, è necessario ascoltare quelle sensazioni che ci arrivano a percorso avanzato che non ci lasciano del tutto convinti che il traguardo sia raggiunto poiché le difese strutturate in alcune personalità sono ingannevoli, utilizzando anche e soprattutto le risorse e le parti sane dei pazienti ma per rendere la corazza più stabile e il Sé accettabile dal mondo esterno.

Michele Battuello



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